È da poco in libreria, edito da Giunti, “Il grande libro dei vini dolci d’Italia”, di Massimo Zanichelli, giornalista, degustatore professionista e documentarista.
Vini Dolci d’Italia – Massimo Zanichelli
Come già fatto nel suo precedente libro “Effervescenze, storie e interpreti di vini vivi”, Zanichelli non propone al lettore una guida o un semplice repertorio: emergono anche qui – nel racconto dei circa 350 vini citati – le individualità, la ricerca attenta sul campo e una narrazione mai leziosa.
In questa pubblicazione i vini sono classificati per colore in modo assolutamente inedito. Perché, come ci ricorda l’autore, “nessun vino ha l’ampiezza dei colori e lo spettro cromatico di quelli dolci”. Anzi, i vini dolci sono i più antichi e quelli che durano di più nel tempo.
Il lettore vieni accompagnato su e giù per l’Italia in un continuum geografico attraverso raggruppamenti tematici. In più arricchiscono il testo le etichette di ogni vino, più di 200 fotografie (la maggior parte delle quali scattate dall’autore) e una cinquantina di cartine.
Un libro sensoriale, colorato, trasversale. Dolce… e anche “non dolce”
Oggi ti racconto di un evento che, nonostante fosse tutto dedicato alle nobili bolle francesi dello Champagne, mi ha colpito particolarmente per le
bolle – forse meno blasonate ma di certo non meno interessanti – del Lambrusco di Sorbara Metodo Classico.
Hai capito bene, in un evento tutto dedicato alla Champagne come il Modena Champagne Experience, sono rimasto stregato dal lambrusco! 🙂
Ho infatti partecipato ad una interessante masterclass dedicata al Lambrusco di Sorbara vinificato con il méthode champenoise.
La degustazione era guidata dal giornalista Giorgio Melandri, dall’enologo e produttore Sandro Cavicchioli e dalla sommelier e ristoratrice Carol Agostini.
Le etichette in degustazione
Come sempre non mi perdo troppo in premesse se non per ricordare che nella famiglia dei lambruschi, il Sorbara ha particolari caratteristiche di eleganza e finezza oltre al classico corredo aromatico e alla verve acida che porta in dote il lambrusco più in generale.
Il terroir d’elezione del Sorbara è quel lembo di terra che si trova tra i fiumi Secchia e Panaro, in particolare la zona più vocata è quella, attorno a Sorbara appunto, dove i due fiumi si avvicinano sin quasi a sfiorarsi. Proprio da lì vengono le migliori versioni del Sorbara con quel caratteristico colore rosa tenue, evanescente, ma vivacissimo e luminoso.
Se piuttosto antiche sono le rifermentazioni “ancestrali” senza sboccatura – l’anidride carbonica che si creava in rifermentazione veniva sfruttata come conservante naturale -molto più recente è il tentativo, che la masterclass voleva sottolineare, di vinificare il Sorbara secondo i dettami del metodo champenoise.
Di seguito i vini degustati e, in foto, le sfumature di colore che il nostro Lambrusco di Sorbara può regalarci.
i colori del Sorbara
Lambrusco di Sorbara Spumante Pas Dosé 2013 – Gavioli
Un metodo classico vinificato in bianco che affina 36 mesi sui lieviti.
Il naso è di fiori dolci ed agrumi, il tutto abbracciato da una chiara mineralità.
Bollicina molto fitta e fine, bocca di grande eleganza e ottima freschezza che giova alla beva.
La chiusura è sapida con un retrolfatto di agrumi.
Peccato per il leggero amaricante in chiusura, che lascia una sensazione di “crudezza”, ma il vino è convincente.
Bella sorpresa.
Lambrusco di Sorbara “Elettra” Spumante Brut Rosé – Villa di Corlo
Spumante vinificato in rosato e non millesimato, di recente sboccatura (che avviene dopo oltre due anni di affinamento).
Al naso le fragoline di bosco sono molto invitanti ma il vino evolve bene con l’ossigeno. Un tocco di ossidazione accompagna lo svolgersi olfattivo tra note speziate (noce moscata), fiori appassiti e karkadè.
La bocca è sorprendentemente articolata e gustosa grazie ad un continuo rincorrersi di sale e acidità.
Intrigante
Rosé Brut Metodo Classico 2014 – Quintopasso
Azienda spin off della famiglia Chiarli (la quinta generazione, appunto) tutta dedicata ai Metodo Classico.
Il colore del vino è rosa tenue (buccia di cipolla), naso che parte polveroso ma si pulisce rapidamente lasciando uscire soprattutto della frutta rossa ben matura (lamponi).
Se l’olfatto è essenziale ma accattivante la bocca non è per nulla accondiscendente: dritta ed energica, verticale e vibrante, senza alcuna concessione alle dolcezze.
Anche in questo caso un leggero amaricante chiude un po’ bruscamente l’allungo in bocca.
Di personalità
Lambrusco di Sorbara Spumante “Ring Adora” 2015 – Podere il Saliceto
Di questo metodo classico da uve Sorbara ti ho già parlato qualche tempo fa, anche se era il millesimo 2014.
Che dire di più: vino sempre molto intrigante con un naso decisamente minerale (calcare), ad arricchire il quadro però anche i fruttini rossi, le roselline, spezie in formazione.
Il perlage è nobile: sottile e persistente, fitto e fine, vivace ed esuberante.
Bocca verticale, con sale e acidità da vendere, ma chiusura pulita senza sbavature.
Raffinato
Rosé del Cristo 2014 – Cavicchioli
Mineralità molto netta per un naso piuttosto austero.
Il sorso in ingresso è di grande freschezza acida subito però compensata da una certa morbidezza.
Chiusura tersa e salata, di ottima lunghezza.
Essenziale ma necessario
Si dice che l’energia, la dinamica, l’esuberanza del lambrusco abbiano già conquistato i futuristi.
Ora non resta che attendere che da vino futurista il lambrusco diventi vino del futuro!
Vi capita mai di assaggiare un vino che vi colpisce così tanto da volerne non solo comprare un cartone ma di aver voglia di vedere la vigna da dove nasce?
Con i vini che piacciono molto può succedere e quando finalmente cammini fra i filari di quelle vigne accompagnata dal produttore – custode, l’emozione è forte e ti resta stampata nel cuore.
Per me è stato così con Monfumo, un ettaro e mezzo di terreno particolarmente vocato nelle colline di Asolo, provincia di Treviso, di proprietà dell’azienda Bele Casel, gestita da Danilo Ferraro con i figli Luca e Paola.
Colfondo
Monfumo: vecchia vigna
Si tratta di un vigneto di oltre 80 anni, con aspre pendenze, dove accanto alla glera si trovano altre varietà locali (perera, bianchetta, marzemina bianca, rabbiosa), e dove tutto il lavoro deve essere rigorosamente fatto manualmente.
Si respira fatica e passione fra quei filari, così vecchi e così vivi, e lo si legge negli occhi orgogliosi di Luca.
glera
Dalla vigna di Monfumo nasce ColFóndo: vino frizzante rifermentato in bottiglia senza sboccatura, dove dentro c’è tutta la tradizione locale, mentre fuori, l’etichetta, con il suo gioco di parole “a testa in giù” è pronta a catturare l’interesse anche del neofita.
L’affascinante mondo dei vini frizzanti prodotti con la fermentazione naturale, infatti, è al centro di un rinnovato interesse, dopo troppi anni di oblio; personalmente ho scoperto questi vini attraverso le pagine e le presentazioni con degustazione del libro di Massimo Zanichelli “Effervescenze”, un racconto corale di bollicine rurali dal Veneto fino all’Oltrepò Pavese, che vi consiglio.
Ho assaggiati molti vini di questa tipologia, molti presenti nel libro, molti scovati in giro per fiere; alcuni mi sono piaciuti, altri meno: quello di Bele Casel resta #ilmiocolfondo.
Il vostro qual é?
Qualche suggerimento:
vi consiglio al prossimo link questo bel video-riassunto della storia di Bele Casel;
l’azienda Bele Casel produce, oltre al Colfondo anche l’Asolo Prosecco Extra Brut Superiore DOCG e la versione Extra Dry, che ho bevuto per la prima volta da loro in cantina; quest’ultimo è il Prosecco sicuramente più facile, immediato, ma assolutamente piacevole;
se andate a trovarli, fatevi portare in giro con la loro storica Fiat 500;
non dimenticate, prima o dopo la visita in cantina, di passeggiare nel bellissimo borgo di Asolo.
Oggi ti racconto di una degustazione di schiava molto didattica. La schiava – o vernatsch come si dice in Alto Adige, terre d’elezione del vitigno – dà origine a vini spesso semplici, beverini e succosi, con poco tannino e piacevoli compagni della tavola. Alcuni vini però, soprattutto se ottenuti da vigne vecchie, hanno mostrato oltre ad eleganza e golosità anche una complessità in parte inattesa.
Alcune delle migliori Schiava tra quelle degustate
La degustazione è stata possibile grazie alla cortese ospitalità dell’enoteca La Sala del Vino, locale di recentissima apertura a Milano.
Ecco il resoconto di quanto bevuto:
Amadeus Rosè Alpino – Lieselhof
Naso molto floreale (rosa), seguito dalla frutta rossa matura. Semplice ma pulito e lineare.
Bocca agile, persino esile con alcol che, nonostante sia nominalmente basso, pizzica in chiusura.
Piacevole
Südtiroler DOC Vernatsch Alte Reben 2017 – Glögglhof (Franz Gojer)
Uno dei migliori vini della serata. Olfatto di viola e fragole, bocca di bella dinamica, fresca e leggera ma profonda e saporita.
Molto convincente
Kalterersee Classico Superiore “Quintessenz” 2017 – Kaltern
Inutile girarci intorno: vino deludente. Chiuso al naso, poco espressivo ed amarognolo in bocca.
Poco generoso
Lago di Caldaro Classico Superiore “der Keil” 2017 – Manincor
Olfatto essenziale di frutta rossa e mandorle tostate.
La bocca risulta poco dinamica, piuttosto rapida nello sviluppo e dal finale amaricante.
Si può dare di più
Alto Adige Vernatsch “Fass Nr. 9” 2017 – Girlan
Naso di una bella floralità con un tocco di gelatina alle fragole.
Bocca fruttata, di una certa morbidezza, salata la chiusura su ritorni amandorlati.
Rassicurante
Amadeus 2016 – Lieselhof
Vino di impostazione lineare e scorrevole, dal naso dolce e floreale, al sorso beverino e amandorlato.
Schietto
Südtirol DOC Vernatsch Mediaevum 2017 – Gump Hof (Markus Prackwieser)
Naso articolato e complesso di fiori appassiti, lampone maturo, rosa canina.
Bocca di buon volume e sviluppo con la sapidità ad accompagnare la deglutizione e retrolfatto coerente con quanto percepito all’olfatto.
Intrigante
Elda – Nusserhof (Heinrich Mayr)
Vino che non riporta l’annata uscendo come vino da tavola e che sorprende tutti i degustatori.
Ottenuto da un vigneto con viti di 80 anni: in prevalenza schiava (rari e antichi cloni di vernatsch) ma a completare, in “complantation”, anche un circa 15% altri vitigni quali lagrein, teroldego, blatterle e altri…
Nel bicchiere il vino si stacca dagli altri per qualità ed originalità.
Olfatto di sangue, ferro, erbe aromatiche, carne cruda, sottobosco, rose rosse,
mineralità scura… La bocca è stratificata, di volume ed allungo, lo sviluppo segue un percorso tridimensionale che lascia il cavo orale succoso e soddisfatto.
Fuoriclasse
St. Magdalener 2016 – Thurnhof (Andreas Berger)
Vino in prevalenza di schiava con lagrein a completare l’uvaggio.
Naso di piccoli frutti rossi, semplice ma intrigante.
La bocca è però piatta ed in chiusura amarognola.
Da riassaggiare
Vernatsch “Morit” 2015 – Loacker
Vino (o bottiglia?) preso in ostaggio da acetica fuori controllo.
Imbevibile
Vernatsch von Alten Reben “Upupa Rot” 2014 – Weingut Abraham
L’annata complicata non aiuta certo questo vino di cui avevo sentito parlare molto bene ma che non avevo mai assaggiato.
Purtroppo il naso è quello di un vino eccessivamente “lavorato”: vaniglia, rossetto, caffè coprono il varietale della schiava (in questo vino vi è anche un piccola percentuale di pinot nero). La bocca di contro è vuota e corta anche se il finale è piacevolmente sapido.
Da riprovare (magari un altro millesimo)
La panoramica è stata molto interessante e ha permesso di assaggiare vini non sempre di facile reperibilità fuori dall’Alto Adige.
La schiava si conferma vitigno piacevole e gourmet: il tannino molto sottile e il corpo mediamente magro rendono questo vino adatto a vinificazioni in sottrazione, senza la necessità di cercare struttura o complessità con lavorazioni in cantina o in vigna che rischiano di essere anzi controproducenti.
Nelle migliori versioni, soprattutto in caso di vigne vecchie (le “vere” Alte Reben), il vino acquisisce un’articolazione ed una dinamica degne di nota, con l’Elda di Nusserhof una spanna sopra tutti.
Oggi ti parlo di Roncùs, azienda ben conosciuta dagli amanti del vino che, colpevolmente, non ero ancora riuscito a visitare.
Approfittando di un fine settimana in Friuli riesco quindi a prendere appuntamento con Marco Perco, proprietario e vigneron di Roncùs a Capriva del Friuli.
Ci troviamo nel cuore del Collio, a pochi passi dalla Slovenia. Qui, da tre generazione, la famiglia Perco si prende cura di vigne che hanno mediamente oltre 50 anni di età.
L’azienda si estende su 16 ettari, prevalentemente in Collio con qualche appezzamento nella DOC Isonzo.
Sala degustazione Roncùs
Nella bella stanza adibita a degustazioni ed eventi, Marco e la sua compagna Manuela mi accolgono e mi raccontano la filosofia dell’azienda: rispetto per l’antico parco vigne, conduzione biologica, inerbimento dei filari ricchi di flora spontanea, trattamenti limitati al minimo indispensabile (rame e zolfo) e vendemmia manuale di uva perfettamente matura.
Le pratiche di cantina sono anch’esse condotte con “semplicità” (fosse semplice…): fermentazioni spontanee, fermentazione malolattica svolta naturalmente anche sui vini bianchi, vini a contatto con le fecce fini, uso oculato del legno mai nuovo o troppo marcante…
I vini che se ne ottengono sono precisi ed espressivi, sempre equilibrati senza eccessive mollezze né acidità slegate, gustosi e complessi, soprattutto se si ha la pazienza di farli invecchiare in cantina qualche anno.
Di seguito qualche sintetica nota sui vini degustati. Come sempre su questi schermi seguiranno descrizioni più dettagliate delle bottiglie che mi sono piaciute di più e che ho acquistato da degustare con calma.
i vini degustati
Ribolla Gialla 2017
Malolattica completamente svolta, affinamento in acciaio e permanenza sui propri lieviti per 6 mesi.
Piacevole nota affumicata al naso, per un vino che si beve con disarmante semplicità grazie all’alcolicità contenuta ed all’acidità agrumata in sottofondo.
Schietto
Malvasia “Reversus” 2017
Naso didascalico da malvasia istriana con in più una nota di muschio ad arricchiere il quadro.
Vino molto buono perché in grado di coniugare carnosità e dinamica, morbidezza e mineralità.
Gustoso
Collio Bianco 2016
Friulano, Pinot Bianco e Sauvignon affinati in botti da 20 ettolitri.
Il naso si fa sedurre da una nota elegantemente aromatica e delicatamente fumé.
Bocca potente ma la bevibilità non ne risente.
Saporito
Collio Friulano 2016
Vino ricco ma austero, si rivela con calma nel bicchiere con le spezie a far capolino.
Il vino è ancora giovanissimo, evolverà ulteriormente.
Promettente
Pinot Bianco 2015
Naso fruttato, con erbe aromatiche e mineralità ben presente.
In questa fase trovo la bocca piuttosto calda e poco corrispondente rispetto a quello che il naso promette.
Vino che “si sta muovendo”, da risentire con calma.
Inquieto
Collio Bianco Vecchie Vigne 2014
Eccolo qui il famoso Vecchie Vigne, vino di culto e piuttosto noto, oltre che per i premi conseguiti e per la bontà indiscussa, per la sua straodinaria longevità.
Vigne di oltre 60 anni a Capriva, blend di Malvasia Istriana, Friulano e Ribolla Gialla.
Permanenza di botti di rovere da 20 ettolitri per un anno e poi ulteriori 22 mesi in acciaio sui propri lieviti.
Naso che si dipana lento ma inesorabile tra note agrumate, di salsedine, tarassaco, fieno…e poi ancora pietra focaia e spezie.
Il vino si muove in bocca sinuoso e saldo, non risente per nulla di una temperatura di servizio leggermente più alta rispetto agli altri vini serviti: l’acidità è ben presente ma in filigrana nella massa del vino che risulta imponente ed agile al tempo stesso.
Vino molto profondo e che chiude su ritorni minerali.
Top Player
Roncùs Vecchie Vigne 2014
Val di Miez 2015
C’è anche tempo per assaggiare un vino rosso ottenuto da Merlot con saldo (20%) di Cabernet Franc. Vigne di oltre 40 anni a Capriva del Friuli e Farra d’Isonzo.
Botti di 5 ettolitri di rovere francese per 18 mesi per questo taglio bordolese che, benché giovane, risulta fin d’ora molto piacevole: naso delicatamente vegetale e speziato (tabacco, pepe, fumo) e bocca verticale e succosa. Sono certo che tra qualche anno regalerà ulteriori sorprese.
Attendere con fiducia
La gamma di Roncùs, piuttosto articolata come spesso accade in Friuli, è completata da altri due vini rossi che non ho avuto modo di assaggiare (un merlot e un pinot nero).
Devo riconoscere che la qualità media è decisamente alta. Insomma, il Collio Vecchie Vigne è portabandiera di una squadra di tutto rispetto.
Vini ottenuti con metodi “antichi”, ma che nel bicchiere risultano splendidamente contemporanei.
Oggi ti segnalo un appuntamento imperdibile, di quelli che vale la pena organizzare per tempo, soprattutto se ti piace lo Champagne.
Modena Champagne Experience
Si tratta del Modena Champagne Experience, evento che si terrà a Modena Fiere il 7 e 8 ottobre 2018. L’evento, alla seconda edizione, è organizzato da Club Excellence – associazione che riunisce
tredici tra i maggiori importatori e distributori italiani di vini d’eccellenza – ed è la più grande manifestazione italiana dedicata esclusivamente allo champagne.
Potrai degustare gli champagne di oltre 114 maison come ad esempio: Louis Roederer, Bollinger, Bruno Paillard, Jacquesson, Mailly Grand Cru, Thiénot, Palmer & Co, Pannier, Encry, Paul Bara, Marguet, Larmandier-Bernier, de Venoge…per la lista completa vai qui.
Interessante anche la possibilità, oltre che di degustare, di approfondire la conoscenza dello champagne grazie a numerose Master Class: si parlerà di champagne e biodinamica con Francesco Falcone, di blanc de blancs con Luca Gardini, di champagne rosé con Chiara Giovoni, di blanc de noirs con Andrea Gori…
Ci troviamo nel cuore del Collio, a Cormòns.
E’ qui che Andrea Drius, pochi anni fa, decide di occuparsi dei due ettari – acquistati dalla famiglia e lavorati principalmente dai nonni – per iniziare a vinificare ed imbottigliare i propri vini.
Il millesimo 2012 è quello del debutto di Terre del Faet e le uve sono quelle classiche del territorio: friulano, pinot bianco, malvasia e merlot.
Andrea è un giovane con le idee ben chiare ed una gran voglia di fare, quest’ultima indispensabile in un’azienda di queste dimensioni in cui ci si deve occupare di tutto in prima persona: vigna, cantina, amministrazione, vendite…
Studi in agraria ed enologia e sensibilità hanno permesso ad Andrea Drius e a Terre del Faet di ritagliarsi in poco tempo una certa notorietà in una zona in cui certo non mancano stelle di prima grandezza.
Ad oggi gli ettari gestiti da Terre del Faet sono 4, il parco vigne è tra i 40 ed i 60 anni di età, le pratiche in vigna e cantina sono decisamente non invasive ma lontane da ogni integralismo (ogni scelta è soppesata e sperimentata senza sposare acriticamente alcun dogma).
In cantina troviamo prevalentemente contenitori di cemento, inox e qualche botte di rovere rigenerata (in particolare per il merlot e per parte del friulano).
Il mosto resta a contatto con i lieviti che vengono continuamente fatti lavorare con la massa (bâtonnage) al fine di stabilizzare, arricchire e caratterizzare il vino. La malolattica è svolta naturalmente.
I vini che ne derivano li ho trovati puliti ed espressivi, equilibrati e sapidi, con alcol sempre ben gestito. Insomma, Terre del Faet è una realtà da tenere d’occhio.
Nelle annate favorevoli le bottiglie prodotto sono circa 20.000.
Di seguito ti riporto qualche sintetica nota sui vini degustati.
Note più dettagliate nei prossimi post, quando avrò modo di bere con calma qualche vino che ho acquistato per un assaggio più approfondito.
Terre del Faet: i vini in degustazione
Collio Pinot Bianco 2017
Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli.
Naso di grande finezza, elegante e delicato di fiori bianchi, clorofilla, minerale soffuso e pesca.
Bocca di bella dinamica, sorso in equilibrio grazie al saporito sostegno della sapidità.
Chiusura su bei ritorni delicatamente vegetali.
Elegante
Collio Friulano 2017
Giallo paglierino e naso di roccia, mandorla amara e tocco vegetale.
Bocca piuttosto ricca ma mai strabordante, la chiusura è ammandorlata.
Vino ancora compresso, giovane e da attendere con fiducia.
Acquisirà complessità e distensione.
Promettente
Collio Malvasia 2017
Paglierino lucente il colore, l’olfatto è floreale, con anche però qualche spezia a far capolino.
La bocca è morbida e ricca ma il liquido si distende sul cavo orale accompagnato da grande sapidità.
La chiusura è di magnifica pulizia e nettezza.
Coup de cœur
Collio Bianco 2016
Vino molto interessante ottenuto da friulano e, a completamento, malvasia istriana. Naso elegante e delicato ma di grande complessità. L’anno in più di affinamento rispetto ai millesimi più recenti appena assaggiati ha fatto molto bene al vino che si è liberato di parte della sua giovanile irruenza per acquisire un carattere più compiuto e complesso. La bocca è succosa e la sapidità invita ad un nuovo sorso. Retrolfatto lievemente speziato.
Nell’articolo introduttivo sui vini della Savoia, ti ho già citato Gilles Berlioz, l’antesignano della biodinamica in Savoia.
Oggi ti parlo di una delle sue celebri roussanne, in particolare di una cuvée chiamata “Les Fripons” (i discoli) denominazione Chignin-Bergeron.
Les Fripons 2014 – Gilles Berlioz
la roussanne: oro liquido
Vin de Savoie Chignon-Bergeron “Les Fripons” 2014 – Gilles Berlioz
Oro liquido nel bicchiere: luminoso e vivo.
Olfatto decisamente complesso: iodio, scogli, una nota vegetale che ricorda la foglia di menta e che rinfresca il fruttato dell’albicocca.
Qualche istante e il naso continua a cambiare sfoderando violetta, polline, nocciola e persino una curiosa nota di farina di mais.
Il sorso si allarga piuttosto morbido nel cavo orale, il sapore si espande veicolato dall’alcol leggero (12%) e dalla sapidità che supportano con naturalezza la progressione.
L’acidità, non strabordante (in linea con le caratteristiche della roussanne), è presente sottotraccia e fa capolino in fin di bocca.
La chiusura è sapida ed elegante, soave ma lunga, su ritorni delicatamente agrumati.
Plus: vino originale ed espressivo senza inutili stravaganze. Naso intrigante e beva molto semplice. Minus: maggiore tensione acida avrebbe forse giovato alla dinamica gustativa.
Il Moscato Wine Festival è un didattico evento itinerante organizzato da Go Wine.
Protagonisti del banco di assaggio sono i vini, provenienti da tutto lo Stivale, ottenuti da moscato.
Secchi, vendemmie tardive, bollicine e passiti, rossi e bianchi … la versatilità dei cloni appartenenti alla famiglia del moscato è sorprendente.
Oggi ti voglio però raccontare di quello che spesso accade quando, nel mondo del vino (e non solo), lo storytelling non regge al fact checking.
E’ il caso del pressoché sconosciuto Moscatello di Taggia.
Ci troviamo in Ligura, nella denominazione Riviera Ligure di Ponente, dove un manipolo di valorosi produttori, riunitesi nell’Associazione Moscatello di Taggia decide di recuperare un vitigno ormai scomparso ma celebre fin dal XIV secolo quando dava vita ad un vino dolce amato “dagli Dei, dai Papi e dai Re”.
Moscatello di Taggia
E così, con l’aiuto dell’Università di Torino e del CNR di Grugliasco, si va alla ricerca delle poche (67!) piante sopravvissute alla fillossera, vigne centenarie a piede franco che vengono sottoposte ad analisi molecolare, del DNA, sulle virosi, fino ad arrivare a selezionare un’unica pianta da far riprodurre.
Nel 2012 esce in commercio la prima bottiglia di Moscatello di Taggia (Riviera Ligure di Ponente, sottozona Taggia) e una dozzina di produttori convergono nell’Associazione Moscatello di Taggia.
Una bella storia vero?
La storia che ti racconto oggi è bella sì, ma non c’è il lieto fine; infatti le premesse diventano promesse di prodezze…mai realizzate ahimè! E sì perché, – e lo dico, come mia abitudine, con grande sincerità (e rammarico) – alla prova del bicchiere lo storytelling si rivela un grande boomerang.
Ho assaggiato parecchi vini di diversi aziende e ho scoperto con sorpresa che i produttori invece di riportare in vita il celebre e dolce Moscato di Taggia amato dai Papi, puntano molto sulla versione secca. I vini risultano, senza eccezioni, privi di personalità, poco aromatici, con generici profumi agrumati e di frutta bianca…deboli in bocca. Insomma, decisamente dimenticabili. Un vero e proprio tradimento di tutta l’opera di recupero effettuata, non senza sforzo, dai produttori.
Vini anestetizzati probabilmente anche a causa dei protocolli di vinificazione che non aiutano di certo il vitigno ad esprimere il proprio carattere: uso del freddo, filtrazioni, criomacerazione emergono sia all’assaggio sia nel colloquio con i produttori.
Molti di questi hanno peraltro la fortuna di avere le vigne letteralmente affacciate sul mare. Ma di mare, di sale e di sole in questi vini non c’è ombra né sentore.
I vini passiti o le vendemmie tardive assaggiate purtroppo non vanno meglio. Vini, nella migliore delle ipotesi, stucchevoli e privi di acidità.
L’augurio è che il Moscatello di Taggia ritrovi, presto o tardi, la sua spontaneità, il suo carattere distintivo ed una strada autonoma e non standardizzante per affermarsi ed onorare la sua storia.
Sabato 16 giugno a Golferenzo, bellissimo borgo medioevale nel cuore dell’Oltrepò Pavese, si è tenuta la decima edizione di SaxBere – Street Food & Wine, una serata di degustazione di vino e prodotti tipici. Fra i produttori presenti c’era Paolo Verdi, che conosco e di cui apprezzo i noti e pluripremiati Vergomberra dosage zéro (Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG) e Cavariola (Oltrepò Pavese DOC Rosso Riserva).
«Vieni, ti faccio assaggiare una novità.»
Pinot Meunier 2013
Eccola: Metodo classico millesimo 2013, sboccatura 2017… di pinot meunier in purezza.
«Scusa – domando io – ma c’è del pinot meunier in Oltrepò?»
«Certo – risponde Paolo – ne ho un piccolo appezzamento e ne uso, solitamente, un minimo quantitativo per il “Vergomberra”; sei anni fa ho voluto provare a farlo in purezza.»
Breve sintesi sul pinot meunier: letteralmente tradotto in “pinot del mugnaio”, con pinot nero e chardonnay è il terzo (non incomodo) protagonista della mitica cuvée con cui si produce lo Champagne. Prende il nome dal fatto che la faccia inferiore della foglia si colora di un bianco farinoso e viene considerato un mero complemento degli altri due più noti vitigni, usato per armonizzare l’assemblaggio e generalmente valutato come non particolarmente adatto alla creazione dei millesimati e delle cuvée de prestige.
Le eccezioni sono sempre dietro l’angolo però. Infatti, se è vero che per molti il pinot meunier è il Calimero dei vitigni da Champagne, non si possono dimenticare gli assaggi di alcuni splendidi champagne di pinot meunier in purezza, millesimati, anche di vecchie annate. Qualche nome? Chartogne Taillet, Bereche, La Closerie, Egly Ouriet, Laherte, Brochet, Boulard, Franck Pascal, Laval…
Anch’io sono stata particolarmente colpita dal primo assaggio di Metodo Classico di pinot meunier in purezza di Paolo Verdi!
Colpito dal mio entusiasmo verso il vitigno, Paolo mi invita a vederne la vigna e le famose foglie dal retro biancastro: eccomi, due settimane dopo il nostro incontro a Golferenzo, nel mio personale angolo di Francia.
Foglia Pinot Meunier
Grappoli di Pinot Meunier
Paolo Verdi e il suo Pinot Meunier
Prima della visita in vigna, al mattino ho potuto assistere alla sboccatura dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra 2013 dosage zéro, cinquanta mesi sui lieviti: un’esperienza formativa ed emozionante per qualsiasi appassionato.
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Verdi ha tenuto a sottolineare il bassissimo livello di anidride solforosa messa in aggiunta nella liqueur de expédition (che in questo caso, trattandosi di un dosaggio zero, è priva di zuccheri), funzionale per la conservazione del prodotto e per evitare ossidazioni.
Vergomberra 1995
Oltre al Vergomberra 2013 sono state sboccate le ultime magnum del millesimo 1995, prodotte in occasione della nascita del figlio Jacopo, che ora si occupa della cantina: ventidue anni sui lieviti!
Abbiamo quindi brindato a Jacopo e all’ottava generazione di viticoltori Verdi.