In questo blog, come sai, tratto il vino in modo piuttosto diretto e semplice, con la voglia di includere il lettore e farlo partecipare. La finalità è chiara fin dal nome del blog: la condivisione del vino e di tutto ciò che vi ruota intorno.
Spero che il titolo di questo post non scoraggi nessuno ma, dopo aver bevuto la vitovska di Vodopivec e aver visitato un’esposizione dedicata al lavoro dell’artista Emilio Isgrò, non potevo esimermi dall’unire i puntini…ovvero dal mettere in relazione due espressioni culturali solo apparentemente distanti: il vino e l’arte contemporanea.
Isgrò ha innovato il linguaggio artistico soprattutto grazie ad un gesto apparentemente semplice eppure rivoluzionario: la cancellatura. L’artista ha cancellato parole, frasi, testi senza eliminarli ma affogandoli in macchie nere e lasciando emergere dal testo cancellato solo pochi e significativi frammenti.
La cancellatura è distruzione e costruzione insieme, la negazione serve ad affermare un significato altro. L’artista ha così cancellato molti testi tra cui i Promessi Sposi, la Costituzione Italiana, carte geografiche, persino il debito pubblico! E anche se stesso con “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” (1971).
E veniamo ora al vino di Vodopivec. Ci troviamo in Carso, a Sgonico (TS). Il vitigno bianco della zona è la vitovska di cui ti ho parlato anche in altre occasioni (ad esempio qui oppure qui). Il produttore si dedica esclusivamente alla vitovska, oltre 10.000 piante (alberello) per ettaro, sferzate dalla bora. Il vino è ottenuto da una macerazione in rosso, ovvero da una macerazione sulle bucce di ben 6 mesi in anfore di terracotta interrate. Quindi l’affinamento prosegue in botti grandi per due anni. Nessun utilizzo di pratiche enologiche più o meno invasive: Vodopivec ripudia il controllo della temperatura, l’aggiunta di enzimi, di lieviti o di altri stabilizzanti chimico-fisici.
Venezia Giulia IGT Vitovska 2006 – Vodopivec
Venezia Giulia IGT Vitovska 2006 – Vodopivec
Color ambra, al naso subito ti colpiscono sensazioni di roccia spaccata, anzi scoglio, tè bianco, poi è un susseguirsi di timo, scorza di agrumi, cumino, un’eco lontana di uva passa sotto spirito, pinoli e resina…l’olfatto è un ottovolante insomma. Il vino in bocca ha una certa ampiezza, muscoloso ma non grasso, tutta fibra. La progressione è precisa, senza intoppi: le morbidezze gliceriche dialogano con un’acidità veemente ma mai preponderante, integrata perfettamente nel corpo del vino. La sensazione tattile in chiusura è di saporita astringenza, il tannino ti sorprende per “densità” ma non è ruvido, bensì finissimo. La sapidità chiude il cerchio nel retrolfatto marino e boschivo insieme.
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Veniamo ora alle cancellature di Vodopivec. Quali caratteristiche risultano cancellate in questo vino? Parto dalla grassezza: non è un vino grasso, potente e concentrato sì, ma non grasso. E’ un vino privo di sinuose dolcezze ma, non è neppure un vino tutto acidità: l’acidità c’è ed è ben presente ma gioca sottotraccia, non prorompe mai sulla scena, è però l’artefice della progressione del vino. E’ forse un vino minimalista? Ma no! Non è certo un vino “in sottrazione”, semmai in cancellazione. Non è un vino barocco e non è neppure un vino fruttato come certi vini orange: cancellate le sensazioni di albicocca disidratata o frutta esotica… al massimo un po’ di agrumi e un ricordo di uva passa in lontananza. Un vino che cancella anche le sensazioni di ossidazione frequenti in questa tipologia: per contro il sorso si dipana come fosse un infuso e poi chiude – aromaticamente non come calore alcolico – come un grande distillato.
In Borgogna è purtroppo sempre più difficile bere bene spendendo il giusto. Soprattutto quando hai avuto la fortuna di provare qualche pinot noir di un grande manico in annata giusta.
Eppure.
Eppure i prezzi sempre più inaccessibili costringono l’appassionato ad indagare le denominazioni minori, i produttori emergenti, le zone sottovalutate. Lavoro non facile e spesso ingrato: andare a casaccio in Borgogna è molto rischioso. Non sono pochi i vini deludenti (ad esser gentili): o perché troppo semplici o perché, al contrario, troppo ambiziosi (e quindi stravolti dal legno e senza la proverbiale eleganza che l’enofilo ricerca).
Ma la Borgogna rossa dal prezzo accessibile esiste o è una chimera?
E’ questa la domanda che mi sono posto, con altri bevitori ospiti presso l’enoteca Vino al Vino di Milano, nel corso di una interessante degustazione cieca che aveva come oggetto proprio il pinot noir “per tutti”.
Pinot nero accessibile: i vini in degustazione
Ecco la lista e qualche commento su ciò che abbiamo degustato alla cieca:
Rully 1er cru “Cloux” 2015 – Domaine Jacqueson: molto giovane ma il naso già dimostra una grande finezza a partire da una mineralità calda, poi ribes, un floreale intenso, le fragoline di bosco, una speziatura sottile in formazione…bocca succosa e golosa, tannino leggermente astringente (vino giovane vinificato con raspi). La sensazione complessiva è di eleganza e leggiadria ma senza timidezze. Uno dei migliori vini della serata che si può trovare in Italia a circa 30 €.
Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits 2014 – Domaine Gros Frère et Soeur: personalmente non mi ha per nulla convinto e devo dire che capita spesso con i vini di questo produttore. Tocco animale, fiori macerati, legno vanigliato che ritorna prepotente anche in bocca segnando il sorso di calore, dolcezza glicerica e amaro in chiusura.
Givry “Pied de Chaume” 2014 – Domaine Joblot: pollaio in apertura, poi si pulisce ed esce il balsamico, la corteccia, fiori appassiti, cera d’api, agrumi…il naso è piuttosto spiazzante insomma. La bocca è molto verticale con acidità prepotente, in questa fase ancora da integrarsi nella materia del vino. Chiusura liquiriziosa. Non è un vino cattivo ma dalla Borgogna mi aspetto altro.
Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits 2014 – Felettig: vino molto interessante, il naso è un ricamo di fragoline, foglia di menta, fiori freschi, qualche cenno agrumato…bocca ficcante, sapida e di grande bevibilità. Altro bel vino.
Südtiroler Blauburgunder 2013 – Gottardi: eccolo l’intruso geografico, ovvero il pinot nero altoatesino. Il naso parte con un po’ di riduzione per poi regalare un ventaglio interessante fatto di asfalto, legno di rosa, fruttino rosso. La bocca è semplice, non così articolata, però di buona scorrevolezza e pulizia. Lontano dai migliori ma non male comunque.
Vougeot 1er cru “Les Petits Vougeots” 2013 – Domaine Clerget: vino dal naso interessante e accattivante di gelatina di ribes, fragoline, floreale…bocca però troppo semplice e chiusura brusca e anche un po’ troppo sull’amaro. Da rivedere.
Echezeaux grand cru 2013 – Forey: vino di ambizioni molto diverse dai precedenti, anche nel prezzo (circa 100 € in Italia). Fruttini rossi dolci, asfalto, sensazioni abbastanza “calde” con bocca però succosa e ficcante, sapida e acida, la progressione è precisa e senza intoppi e la chiusura elegante e accompagnata da un tannino finissimo. Vino buono in assoluto, ma a quel prezzo pretendo maggiori emozioni.
Non so ancora rispondere alla domanda iniziale sull’esistenza o meno della Borgogna “accessibile”. Tu che ne dici, quali sono i pinot noir borgognoni che, ad un prezzo corretto, ti hanno colpito?
Ti ho già parlato della notissima denominazione Lacryma Christi e della sua orgine. In quell’occasione avevo assaggiato la versione in rosso del vino proveniente dalle pendici del Vesuvio.
Oggi ti parlo invece della versione in bianco ottenuta, nella fattispecie, dai vitigni Coda di Volpe, Greco e Falanghina.
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015 – Vigna delle Ginestre
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015 – Vigna delle Ginestre (Azienda Agricola Giacomo Ascione)
Giallo dorato chiaro con riflessi verdi, l’olfatto si apre su toni di gomma (elastico) un po’ troppo insistiti, ma ad un certo punto escono fuori i fiori bianchi, il muschio, la pesca matura, la scorza di agrumi. Una mineralità affumicata e soffusa avviluppa e ricompone tutti i sentori sentiti in precedenza.
La bocca è morbida in ingresso, il calore alcolico è tenuto sotto controllo da polpa, acidità e sapidità marina che è ben presente anche in retrolfazione. Buona la persistenza.
Plus: vino interessante e con una sua originalità soprattutto al naso
Minus: il sorso è leggermente seduto sulle morbidezze, lo avrei preferito con maggiore articolazione e dinamica
Gli aromi dei derivati del latte non sono così infrequenti nei vini. Il burro, in particolare, è unico nel suo genere e, per questo, ben riconoscibile.
I profumi del vino: il burro
Il sentore di burro deriva da un processo chimico naturale: la fermentazione malolattica. E’ una vera e propria seconda fermentazione (ben successiva alla fermentazione alcolica) che dipende dai batteri naturalmente presenti nel vino che agiscono sull’acido malico trasformandolo in acido lattico. La fermentazione malolattica ci consegna dei vini più morbidi e, alle volte, con sentori riconducibili al burro. Questo accade, tipicamente, con i vini bianchi ottenuti da chardonnay.
In Borgogna le note di burro si trovano spesso, naturalmente accompagnate ad altre, in molte denominazioni: da Chablis a Puligny-Montrachet, da Pouilly-Fuissé a Meursault… A seconda della vigna o del produttore il burro può virare verso aromi di croissants appena sfornati, brioche, burro alle erbe, panna e…mille altre sfumature.
Il burro fresco si può ritrovare anche negli Champagne blanc de blancs.
E tu? In quale vino di recente hai percepito questo sentore?
Oggi ti parlo di un vino che mi ha piacevolmente sorpreso. Era da un bel po’ che non bevevo un vino rosso siciliano di questo carattere (se escludiamo la zona dell’Etna che continua a piacermi molto). Si tratta di un vino di Cantine Barbera, un’azienda che si trova a Menfi (AG), praticamente affacciata sul mare. 15 gli ettari vitati per una produzione totale di circa 70.000 bottiglie.
Sicilia Rosso “Microcosmo” 2013 – Cantine Barbera
Sicilia Rosso “Microcosmo” 2013 – Cantine Barbera
Rosso rubino compatto senza cedimenti il colore del liquido. All’olfatto si presenta con personalità e originalità: un mix di scorza di agrumi (bergamotto) e sottobosco a bicchiere fermo, poi in sequenza marasca, pepe nero, asfalto, chiodo di garofano, mandorla…note dolci e speziate, più acute e poi più risolte, c’è da divertirsi con il naso nel bicchiere. La bocca mi allontana immediatamente dal ricordo di certi vini rossi siciliani caldi, marmellatosi, morbidi e legnosi; siamo, fortunatamente, su tutt’altro registro: il sorso è agile, più verticale che largo, l’acidità è ben presente e compensa il calore mediterraneo del vino (in etichetta in verità è dichiarato un titolo alcolometrico contenuto: 12,5%). Il vino è di medio corpo, il tannino è fitto e fine, la dinamica gustativa caratterizzata da una certa dinamicità. Media la persistenza su ritorni di mare e frutta rossa.
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P.S.: Microcosmo è il nome della vigna, piantata al 90% con il vitigno perricone (anche detto pignatello) e, per la restante parte, a nerello mascalese. Il nome della vigna (e del vino) deriva dal trattare la vigna come un unico ecosistema trattando quindi i due vitigni allo stesso modo. Insomma una sorta di co-plantation à la Marcel Deiss.
Abbiamo piantato il Perricone con il Nerello Mascalese, in proporzione di 10 a 1 e il vigneto viene trattato come un’entità unica ed interdipendente: potatura, lavorazioni, campionamenti, raccolta avvengono contemporaneamente, perché ciò che ci interessa è l’equilibrio della vigna, non le caratteristiche dei singoli vitigni.
Perchè il microcosmo è energia e vita.
Convincente questo champagne rosé che al naso rapisce con note di fragoline di bosco e calcare. Il sorso è verticale, ficcante grazie ad un’acidità acuminata ma non eccessiva, gustosa la chiusura ben sapida.
Bollicina non convincente questa, tanto da far pensare ad una bottiglia “strana”, anche se apparentemente non fallata. Naso di noccioline tostate e mirtilli, bocca però corta e leggermente avanti come evoluzione. Da riprovare.
Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2011 – Accomasso
Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2010 – Accomasso
Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2011 – Accomasso
Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2010 – Accomasso
Due vini bevuti alla cieca e piuttosto diversi tra di loro, a dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto l’annata conti nel vino. Entrambi i vini risultano ben fatti, di personalità e con una certa mutevolezza espressiva, caratteristica che apprezzo particolarmente e che costringe il degustatore a tornare più volte con il naso nel bicchiere. L’annata 2011 in apertura è caratterizzata da note dolci (vaniglia), poi la cipria ed il rossetto, la rosa canina, il frutto rosso croccante. Un alcol un po’ troppo pronunciato in bocca penalizza leggermente la beva. Il vino chiude su ritorni dolci/amari. Decisamente superiore la barbera 2010 che apre su toni animali, poi arrivano i fiori rossi e il fruttino rosso. L’acidità è ben presente e in filigrana nella materia del vino, sorregge il sorso che è stratificato e di ottima dinamica. Il palato resta succoso e la persistenza è decisamente lunga. Che buono!
Barbacarlo
Provincia di Pavia Rosso “Barbacarlo” 2010 – Azienda Agricola Barbacarlo
Sangue, inchiostro, pepe verde, frutto chiaro che tende persino all’anguria, ferro. La bocca ha in ingresso una sottilissima e leggera carbonica, il sorso è sostenuto lungo tutto il cavo orale da una squillante sapidità, la chiusura è però avvolgente. Che grande edizione questa 2010!
Asfalto, pepe, scorza di arancia, medicinale (mercurio cromo), tocchi selvatici. Bocca saporita e succosa che, senza la presenza della carbonica a solleticare il palato, è in qualche modo più compassata rispetto alla versione 2010. Il tannino è ben presente e pronunciato, un bassorilievo che percorre tutta la superficie del vino disegnando un profilo energico, tridimensionale. La sapidità si affaccia, prepotente, in chiusura. Altro bellissimo vino.
Oltrepo Pavese “Ronchetto” 1996 – Lino Maga
Buon vino anche se inferiore ai precedenti. Il naso è giocato sul frutto chiaro, il ferro, una vena balsamica e un dolce cocco. La bocca risulta leggermente “asciutta”, non così articolata come i migliori vini di Lino Maga. Sapida e piccante la chiusura.
Oggi ti parlo di un vino di Bandol: siamo in Provenza, tra Tolone e Marsiglia. Bandol è una denominazione piuttosto conosciuta in Francia ed è famosa all’estero, come altre denominazioni provenzali, soprattutto per i vini rosati. Ottima reputazione però hanno anche i vini rossi. Più rari e meno significativi invece i vini bianchi.
Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque
E’ il regno del vitigno mourvèdre, usato in prevalenza e spesso accompagnato a grenache e cinsault.
Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque
La veste è rosso rubino impenetrabile, al naso è la frutta rossa ben maura che emerge, poi una nota calda, la violetta e note speziate e animali riconducibili al cacao e al cuoio. La bocca è meno interessante e piuttosto alcolica. I 13% di titolo alcolometrico non sono ben integrati nella massa del vino che, peraltro, si muove in bocca abbastanza confuso: alcol, tannino amaricante e rustico e dolcezze di frutto in chiusura.
Vino tutt’altro che elegante. Purtroppo latita anche la personalità che a volte compensa qualche squilibrio di troppo.
Come promesso nel post di ieri, in cui riassumevo le rivendicazioni del Comitato per il Prosekar, di seguito trovi l’intervista integrale ad Andrej Bole. Andrej è uno dei viticoltori con vigne sul costone carsico. Andrej ed i suoi colleghi che hanno consentito di “mettere in sicurezza” il Prosecco DOC, ma ora vorrebbero produrre il loro Prosekar, come gli era stato promesso.
Prosekar
Vediamo le ragioni del Comitato per il Prosekar.
Domanda:
Buongiorno Andrej e grazie della sua disponibilità. Innanzitutto mi sembra d’obbligo chiedervi quali sono gli obiettivi del vostro Comitato per il Prosekar (che significa Prosecco in sloveno).
Risposta:
Non sono presidente o rappresentante dell’associazione, attualmente sono un viticoltore simpatizzante del Comitato. Vedrò in seguito cosa succederà non appena definiremo le priorità e i compiti del Comitato.
Per quanto concerne gli obiettivi del Comitato, dobbiamo ancora decidere su alcuni punti cruciali e in quest’istante non posso darvi notizie in merito però sulla valorizzazione e promozione della produzione locale siamo tutti d’accordo.
Il nome PROSEKAR non significa Prosecco-Prosek (inteso come nome geografico) bensì “vino di Prosecco”, che in sloveno si dice PROSEKAR e si produce dalle uve delle nostre varietà autoctone bianche d’eccellenza: Glera , Vitovska e Malvasia. In questo modo si esprime il meglio di ogni varietà.
D.:
Voi sostenete che il Prosecco è nato nel Comune di Trieste, nella frazione di Prosecco. In origine tale vino era uno spumante dolce ottenuto da un uvaggio di tre vitigni: vitovska, malvasia e glera. Qual è la documentazione storica a supporto di questa rivendicazione?
R.:
documenti ce ne sono moltissimi:
– nel XVI secolo il vescovo Bonomo delimita la zona di produzione del vino Prosekar che va dal paese di Prosecco (300m sul mare) giù per i pastini (terrazzamenti) fino al mare prosegue sulla costa fino al porticciolo di Santa Croce per risalire fino al paese stesso che si trova sopra il ciglione (250 m.sul mare). Solo in questa porzione del costone il vino prodotto poteva essere chiamato prosekar o qualificato come liquor-vino superiore;
– nel 1689 Janez Vajkard Valvasor scrive nella sua “Gloria del Ducato di Carniola” che nelle vicinaze del paese di Prosecco-Prosek si produce il PROSEKAR di cui dà un giudizio lusinghiero;
– nel 1844 Matija Vertovc, parroco nella valle del Vipacco, scrive la prima viticoltura in lingua slovena “Vinoreja za Slovence”, dove menziona i vigneti del costone triestino, i vini fra i quali il Prosekar, le altre varietà locali;
– nel 1873 il dott. Josip Vosnjak nel suo libro “Umno kletarstvo” (Buona pratica vinicola), destinato ai vignaioli sloveni, riporta una dettagliata descrizione del metodo di produzione;
– agli inizi del Settecento, il predicatore Janez Svetokriški era costretto addirittura a riprendere le donne che si lasciavano andare nel berlo, mettendo in serio pericolo la propria verginità.
Di documenti ce ne sono ancora tanti e vi consiglio di parlare anche con il giornalista-ricercatore Stefano Cosma che nelle sue ricerche ha trovato tanti altri documenti che dimostrano la fama del nostro Prosekar in tutta Europa. (NdR: vedi pag 35. di questo documento pdf).
D.:
Quindi ciò significa che l’estensione della denominazione Prosecco DOC fino ad includere la frazione di Prosecco (TS) non è una semplice furbizia che ci mette al riparo da future rivendicazioni (ricordiamo che l’Unione Europea nell’affaire Tocai friulano vs. Tokaji ungherese ha sancito la prevalenze del luogo di origine sul nome del vitigno) ma ha precise ragioni storiche. Ci sono state delle promesse che il ministro Zaia o altri esponenti dell’allora Governo vi hanno fatto e che non stanno mantenendo? Oppure le vostre rivendicazioni sono nuove?
R.:
Le nostre rivendicazioni non sono nuove e l’allargamento della zona DOP PROSECCO non è furbizia ma necessità. Fin quando il vitigno si chiamava prosecco il vino Prosecco lo si poteva produrre in tutto il mondo, adesso no! Il lato triste di tutto questo è che la politica e le istituzioni ti ascoltano e sostengono soltanto quando sei abbastanza forte da affondarli! Avevamo un’idea simile, un paio di anni prima della nascita della doc Prosecco, ma è stata bocciata in maniera decisiva – forse c’era già qualcosa in pentola.
Le promesse dello Stato e della Regione: semplicemente vogliamo poter lavorare liberamente e serenamente, sembrerà strano ma tutti i vincoli, a sentire loro voluti dall’Europa, ci impediscono di fare il nostro mestiere. Ci hanno vincolato oltre il 70 % della superficie della provincia, tutta o prevalente proprietà privata, per la quale paghiamo anche le tasse, ma non possiamo fare nulla! E non sto pensando all’edificazione selvaggia, questo per noi agricoltori è sempre stato l’ultimo pensiero, perché con essa si distrugge il paesaggio.
Essendo il nostro sistema dei valori imperniato sulla proprietà privata, non credo che i proprietari siano d’accordo a non poter disporre e gestire la propria proprietà senza aver in cambio niente – mi sembra quasi un furto! E non credo che una, anche se disordinata, Europa dimentichi di offrire in cambio qualcosa per il disturbo causato ai suoi cittadini. Forse nel buio Medioevo, quando il contado dipendeva totalmente dalla volontà e dai capricci della signoria e della chiesa la situazione era migliore: la decima alla signoria , la settima alla chiesa, poi i lavori obbligati per i signori e se non venivano gli ottomani (Turchi) a saccheggiare e uccidere eri a posto, non avevi niente, ma almeno stavi in pace. Oggi in epoca moderna quando tutto si fonda sulla proprietà privata, te la negano senza espropriarti! E le autorità non ti ascoltano e nemmeno lo vogliono capire.
Noi ci troviamo in una situazione assurda: da un lato sembra che non vogliamo coltivare, ma appena lo vogliamo fare ci impigliamo in ragnatele burocratiche e vincoli paesaggistici, che semplicemente rendono qualsiasi sforzo inutile. Possiamo piantare vigneti per produrre anche il PROSECCO ma causa dei SIC e ZPS non lo possiamo fare!!! Allora?
A dire il vero qualcosa si è mosso, ma in tal misura che non si riesce a percepirlo: qualche ritocco sui vincoli, che però, in realtà non cambia niente nel contesto globale. Nella stesura dei piani di gestione delle zone SIC e ZPS noi agricoltori e proprietari della terra non siamo mai coinvolti, evidentemente siamo degli ignoranti barbari, deturpatori del territorio del quale non capiamo niente! Noi espropriati e loro fanno quello che vogliono, vedi: sincrotrone, la nuova sede postale, nuovi insediamenti abitativi, zone industriali, ecc.
TUTTO NEL NOME DEL PROGRESSO!
D.:
Amo molto i vini del Carso, soprattutto quelli a base di Malvasia, Vitovska, Terrano…non vorrei però che la produzione di Prosekar – magari limitata al Costone Carsico – generi confusione rispetto al Prosecco “classico” e in qualche modo metta in secondo piano le produzioni di grande qualità che già oggi il Carso può vantare. Non pensa possa esservi questo rischio? Non credete che l’espressione Prosekar sia troppo vicina a quella di Prosecco per essere autorizzata?
R.:
IL PROSEKAR E’ NATO QUI’! ANCHE IL NOME PROSECCO PUO’ CREARE CONFUSIONE !
All’industria serviva un nome geografico e cosi hanno inventato la grande zona doc prosecco (che mescola territori molto eterogenei: il costone carsico, il Carso, la pianura friulana, la pedemontana veneta e chi più ne ha più ne metta!).
Oggi il Prosecco moderno (monovitigno ) la fa da padrone, il PROSEKAR non può creare confusione, casomai la crea il Prosecco, che prende il nome e la storicità dal nostro originale PROSEKAR … il fatto è che per troppi anni la politica spingeva all’abbandono delle campagne, con il risultato che oggi tutti possono vedere. In questa maniera la gente ha dimenticato tanti usi e costumi e, tra questi, proprio la tradizione nata a Prosecco.
Per quanto riguarda la qualità e la quantità dei vini prodotti, non credo ci sia alcun problema: per noi viticoltori la tradizione è molto importante perciò credo che difficilmente trasformeremo tutta la nostra produzione di vini veri, sinceri e genuini in spumante, anche tenendo conto delle basse produzioni che non sono solo scelte produttive, ma anche dettate dalle condizioni naturali del nostro territorio (da noi non si riesce a produrre più di una certa quantità che difficilmente supera i 90 q. di uva per ettaro). Noi ci teniamo anche a mantenere il nostro territorio sano, quindi anche quando l’annata va (molto) male i trattamenti alle vigne non sono mai troppo numerosi. Non facciamo tutti biologico, ma anche chi coltiva in maniera convenzionale lo fa quasi nella stessa maniera del biologico, oggi lo chiamano sostenibile, qui era già normale molto tempo fa. Per finire in dolcezza il pericolo di svalorizzare i nostri vini non c’è, siccome le istituzioni fanno di tutto per aiutarci, a NON coltivare!
D.:
Il Prosekar secondo la vostra visione quali caratteristiche produttive dovrebbe avere? Il metodo di produzione si avvicina a quello del Prosecco Colfondo?
R.:
il Prosekar per tradizione nasce dolce o almeno amabile, e dovrebbe mantenere queste caratteristiche. Però nell’antichità, non c’erano le tecnologie moderne e ad un certo momento la fermentazione poteva arrivare fino in fondo, consumare tutti gli zuccheri del mosto e in quel occasione si produceva un buon Prosekar brut (definizione moderna), logicamente esisteva anche il fondo nelle bottiglie, ma all’epoca era normale. La fermentazione veniva fatta partire nei tini : per facilitare il controllo della fermentazione e la sfecciatura, poi veniva imbottigliato e consumato dopo qualche tempo già frizzante.
La trasmissione Report di RAI3 ha avuto l’enorme merito di portare a galla numerose questioni aperte in seguito all’allargamento dell’area di Produzione del Prosecco DOC.
Voglio oggi parlarti non tanto dell’uso e abuso dei pesticidi in vigna quanto, altresì, di un aspetto meno noto ma molto interessante e che la trasmissione ha solo sfiorato.
I fatti
L’area più nobile e tradizionale del Prosecco che tutti conosciamo è senz’altro quella di Conegliano Valdobbiadene e di Asolo. E’ l’area più delimitata che puoi riconoscere nell’immagine qui sopra e che corrisponde a due DOCG specifiche: Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e Asolo Prosecco Superiore DOCG.
Per sostenere il clamoroso successo commerciale del prosecco, è stato necessario (?) allargare la zona di produzione del Prosecco DOC ad un’area molto vasta che va da Padova a Trieste, passando per Treviso, Belluno, Pordenone, Udine e Gorizia! Contestualmente è stata trovato un escamotage che permettesse di proteggere il nome “prosecco” rendendolo di fatto inutilizzabile fuori dalla zona di produzione. Qual è stato l’italico escamotage? Decidere per legge che il vitigno da cui si ricava il Prosecco si chiama glera e che il Prosecco corrisponde al toponimo di una zona in cui storicamente si produceva un vino chiamato prosecco. Ed è per questo che l’area di produzione è stata estesa fino a Trieste, per ricomprendere nella DOC anche la frazione del comune di Trieste che si chiama Prosecco!
L’effetto è stato dunque duplice: da una parte consentire l’estensione della zona di produzione del Prosecco per sostenere le vendite, dall’altra mettere in sicurezza l’espressione “prosecco” che non può più essere usata in nessuna denominazione fuori dalla DOC. E’ stato scongiurato insomma un altro eventuale contenzioso, simile a quello che contrappose il Tocai friulano (vitigno) al Tokaji ungherese (zona geografica) e che costrinse i produttori friulani a cambiare il nome al loro celebre vitigno.
Le rivendicazioni
Ma i produttori triestini della piccola frazione di Prosecco cosa hanno ottenuto in cambio? Pare nulla. Ed ora battono cassa, rivendicando non solo la paternità del Prosecco ma anche il rispetto delle promesse fatte a suo tempo dal ministro Zaia: bonifica del costone carsico e allentamento dei vincoli ambientali per permettere ai produttori di coltivare la loro terra.
Per far luce sulla vicenda ho contattato un viticoltore della zona, Andrej Bole, che ha gentilmente risposto alle mie domande concedendo un’intervista chiarificatrice a Vinocondiviso.
Nel prossimo post – domani – l’intervista integrale!
Non passano che poche ore dall’annuncio della vendita di Clos Rougeard che viene resa nota la vendita di un altro pezzo importante della viticoltura francese.
Bonneau du Martray: maggioranza in mano ad investitore USA
La famiglia Le Bault de la Morinière, proprietaria da oltre 200 anni del celebre domaine Bonneau du Martray a Pernand-Vergelesses, ha infatti venduto la maggioranza del capitale della società all’investitore americano Stanley Kroenke, proprietario di molte aziende vitivinicole in California tra cui anche la celebre Screaming Eagle Vineyard.
Il business man Kroenke è anche proprietario di molti club sportivi tra cui l’Arsenal.
Il mondo del vino assomiglia sempre più, lo dico con rassegnazione, al mondo del calcio. Vino e calcio sono ormai hobbies per ricchi investitori?