Emmanuel Brochet è un produttore divenuto ormai di culto, con bottiglie introvabili a prezzi di conseguenza in salita.
Le Mont Benoit è una cuvée “di ingresso” ancora abbordabile a livello di prezzo, assemblaggio di annate 2016 e 2015 con presenza pressoché paritaria dei tre vitigni classici. Lieviti indigeni, non filtrato, produzione di circa 11.000 bottiglie (per questa etichetta).
Una bottiglia importante ma senza essere assolutamente pesante, certo la materia c’è e si sente, naso caleidoscopico di mineralità profondissima, scura, che tende alla grafite, note di bosco autunnale (foglie secche e funghi), radice di liquirizia, malto, rabarbaro, tamarindo e arancia amara. La bocca è potente, di volume, finale con acidità perfetta a chiudere.
Ancora molti anni davanti, da abbinare ad una faraona al forno o anche ad un’anatra o oca.
Compratelo finché si può e si trova (pur con difficoltà a dire il vero).
Uno strepitoso rapporto qualità prezzo per questo Blanc de Blancs di Louis Nicaise.
Les Noces Blanches provenie dalla Montagne de Reims (Hautvillers Premier Cru su suolo calcareo), è ottenuto ad un assemblaggio di 9 annate da vigne vecchie piantate ad inizio e fine anni 80, e infatti si sente la materia “profonda”. La massa affina per il 70% in legno e la restante parte in inox.
Naso estremamente minerale che si muove tra l’agrume amaro, lo zenzero, una nota gessosa evidentissima, bocca impressionante per grip acido/calcareo con finale preciso, dosaggio che ufficiosamente è sugli 8 grammi litro quindi non bassissimo ma non disturba per nulla, anzi al contrario equilibra il tutto.
Beva “pericolosa” (si finisce tranquillamente una bottiglia da soli cucinando), da abbinare a delle crudité di mare iodate (coquillages, ostriche, ricci, …).
Una spremuta di terroir che si trova a circa 40 euro sullo scaffale.
Non è raro che su queste pagine si parli di vitigni autoctoni poco conosciuti o riscoperti solo in tempi recenti. Per esempio abbiamo parlato dello schioppettino, salvato miracolosamente dall’estinzione.
Restiamo in Friuli per parlare del tazzelenghe, vitigno originario dei Colli Orientali del Friuli la cui area di produzione rimane circoscritta in pochi ettari tra Buttrio, Manzano, Rosazzo e Cividale del Friuli.
Il nome del vitigno dice già molto di questa varietà dall’identità ben precisa: il vino che se ne ricava infatti è spesso vigoroso e caratterizzato da durezze, ovvero acidità e tannini, in grande risalto. Un vitigno letteralmente “taglia lingua” insomma (dal friulano tacelenghe). Nella sua zona di elezione il tazzelenghe è caratterizzato da un germogliamento ritardato, a evitare possibili gelate, e dall’allungamento del ciclo vegetativo, tipicamente viene infatti vendemmiato ad ottobre.
Non è così semplice trovarne esempi vinificati in purezza, spesso infatti per smussarne le durezze si decide di accompagnarlo a vitigni più morbidi. È così con grande interesse che abbiamo degustato la versione di Tazzelenghe in purezza della famiglia Casella.
Friuli Colli Orientali Tazzelenghe 2015 – Casella
Come detto il vino è ottenuto da tazzelenghe in purezza, vendemmiato ben maturo ed elevato per 24 mesi in barrique.
Rosso rubino compatto dai riflessi bluastri il colore. Olfatto dapprima sul frutto (more di rovo), ma il vino non sta mai fermo e poi arrivano in successione la viola, il cacao, l’inchiostro ed un tocco di vegetale piccantezza (pepe verde).
Il sorso in ingresso è caratterizzato da acidità guizzante ben integrata nella materia fruttata, il legno piccolo di affinamento non segna il vino (che sia anche un vitigno mangia legno oltre che taglia lingua?). Lo sviluppo gustativo ha ottima dinamica, il vino è divertente, mai seduto o ingombrante, la struttura è piuttosto robusta ma la beva non ne risente. In chiusura il tannino si avverte fitto e vellutato. Chiude su ritorni di frutti di bosco e buona sapidità.
Plus: vitigno addomesticato senza eccessi legnosi o mollezze da surmaturazione, sembra avere parecchi anni davanti a sé.
Puligny Montrachet è la terra dei bianchi migliori al mondo. Situato nella Côte de Beaune, il vino proveniente da questo villaggio rivolto a oriente sorge nella luce avvolgendosi nel mistero. È espressione di una ragione superiore e di un’armonia apollinea, e allo stesso modo scaturisce da un istinto e da una creatività dionisiaca. Non esiste luogo più luminoso per il vino, tuttavia se da un lato la sua luce raggiunge e irradia il cuore, dall’altro il segreto di tanta bellezza si sottrae alla nostra consapevolezza e preferisce rimanere nascosto in una memoria antica.
Gli uomini più fortunati possono solo attingere a questa ebbrezza sublime, cercando di rielaborarla senza per forza riuscire a rivelarne l’arcano. E anche se nel mio cammino non ho ancora incontrato le leggende del Montrachet o dei suoi vicini Grand Cru più illustri, una sera la fortuna mi ha portato a fare esperienza di tre dei Premier Cru di Puligny Montrachet, interpretati da alcuni tra i produttori più abili e consapevoli.
Paul Pernot, Premier Cru Champ Canet – Clos de la Jacquelotte 2015: A confine con Meursault, dove il rinomatissimo Premier Cru Les Perrières prosegue verso Puligny cambiando nome in Champ Canet, si trova un piccolo lieu-dit, situato più in alto rispetto al blocco principale: è qua che Paul Pernot crea il suo vino, rivendicandolo con il nome Clos de la Jacquelotte. Il colore è giallo paglierino scarico ma scintillante, al naso si concentra su profumi floreali di gelsomino e mughetto, poi una nota iodata, mandorla e un leggero sentore di bacca di vaniglia. In bocca divampa una bellissima freschezza dissetante, inizia con l’acidità, termina con la sapidità, nel complesso un vino teso, dritto e persistente.
François Carillon, Premier cru Les Folatières 2015: il climat più ampio di Puligny Montrachet, letteralmente significa “luogo abitato da spiritelli”, l’interpretazione di questo vino proviene da una famiglia di vigneron ormai giunta alla sedicesima generazione. Colore giallo dorato, il vino presenta una buona consistenza, il naso mi ricorda l’estate: gli aromi riecheggiano i fiori di campo, la pesca gialla matura, il miele, l’orzo; è goloso e caldo, con un leggero sentore tropicale di mango. Il sorso è fresco e sapido con la stessa intensità e mostra un grande equilibrio, ma l’allungo finale non raggiunge la profondità del Clos de la Jaquelotte, che tra parentesi è costato un 30% in meno.
Domaine Leflaive, Premier Cru Les Pucelles 2015: il famigerato domaine possiede ben 3 ettari su 6,76 di questo climat, il cui nome significa “le vergini”. Si trova in un luogo fortunatissimo, accanto al Bâtard Montrachet e al Bienvenue Bâtard Montrachet, e avendo studiato la sua conformità e posizione sui libri, non avrei mai immaginato un vino tanto affilato e aggraziato allo stesso tempo. Siamo in una zona bassa e argillosa, e se i Grand Cru confinanti sono rinomati per la loro ampiezza, estroversione e muscolosità, da un Premier Cru della zona limitrofa mi sarei aspettato un risultato simile, magari un vino più pesante, soprattutto in un’annata calda e generosa. Al contrario, come un lampo ecco che si rivela la magia inaspettata di questo luogo: giallo paglierino lieve, quasi verdolino e brillante, appena stappato emerge al naso una nota di incenso, che poi sfuma per lasciare spazio a una serie di aromi per nulla banali, come la lavanda, il chinotto e la mandorla amara. Al palato un’acidità tagliente, che dà ritmo e incisività a un sorso tutt’altro che ruffiano. Non a caso l’interprete di questa bottiglia è uno dei domaine più prestigiosi di tutto il mondo: Leflaive. Un’annata difficile questa 2015, che vide la scomparsa di Anne Claude Leflaive proprio in primavera. Com’è stato possibile imbottigliare così tanta bellezza nonostante l’incolmabile perdita? E che impatto avrà sul vino il cambio di direzione aziendale avvenuto negli ultimi anni? Tutti segreti di cui non ci è dato conoscerne la risposta. L’unica cosa che so è che il risultato di questa 2015 è straordinario, e mi piace pensare che il passaggio su questa terra di certe personalità carismatiche lasci sempre un insegnamento, un’impronta, un messaggio che nemmeno la morte può cancellare.
La nostra Alessandra, in natalizia trasferta ad Asti (non perdetevi la mostra dedicata ai Macchiaioli!), ha trovato un porto sicuro in una enoteca wine bar di recentissima apertura, “Assetati”; in pieno centro propone fino a 100 vini in mescita, grazie al Coravin, offrendo anche la dose “assaggio” (ad esempio ampiamente bastata per un pinot nero di Martinborough, Nuova Zelanda). Ad attirare l’attenzione, per l’ultima sera astigiana, è stata la chiusura con lo spago di antica memoria dello champagne Cuvée René di Tribaut Schloesser; siamo a Romery, nella Valle della Marna dove la maison, a esclusivo carattere familiare da 4 generazioni, gestisce circa 40 ettari di vigna con medie annue di 300/350 mila bottiglie. Siamo di fronte ad un “négociant manipulant”, ovvero una azienda che, oltre a possedere vigne, compra anche le uve da storici conferitori, ma appunto di dimensione e carattere familiare, ben lontana dall’assetto delle grandi maisons che ogni anno escono sul mercato con milioni di bottiglie.
La Cuvée René, una dedica al fondatore, di origini lussemburghesi, che nel 1929 iniziò l’attività, ha una retro etichetta molto esaustiva e di facile comprensione. Il lungo affinamento (circa 70 mesi sui lieviti) e la presenza di vini di riserva che maturano in grandi botti di rovere (50%) si deducono già alla vista, un giallo dorato intenso e molto carico, e al naso, dove si fa strada prepotente la classica frutta secca ed essiccata dal “sapor mediorentale” (come direbbe Gianna Nannini). Troviamo su tutto una vistosa nota di nocciola tostata, crostata di albicocche e poi, i canditi, lo zenzero, il mango, il pompelmo, il cedro, tutti insieme senza sovrastarsi. Il sorso, dalla bollicina delicata, è molto ampio, avvolgente e di lunga persistenza, in grado di affrontare i nostri (arditi) peperoni in bagna cauda e un bel tomino di bufala con speck d’oca. Sicuramente ha giovato l’attesa di circa un anno dalla sboccatura ma siamo quasi certi che un ulteriore affinamento in vetro non potrà che far bene al vino.
Ma finiamo con il titolo: attualmente l’azienda è gestita dalla quarta generazione, i fratelli Sébastien e Valentin, che ci appaiono, nella loro pagina aziendale sorridenti e orgogliosi di imprimere il gusto della loro maison familiare.
Erano mesi che sentivo dire, da fonti affidabili e generalmente in linea con le mie preferenze enologiche, che Maxim Magnon era uno dei produttori naturali più interessanti di Francia. Ed ecco che, avvistato in un bistrot francese, non me lo sono lasciato scappare!
Borgognone di nascita e di studi, dopo formative esperienze in affiancamento a personaggi quali Didier Barral and Jean Foillard, Maxim acquista nel 2002 alcune vecchie vigne quasi abbandonate in Languedoc. L’azienda è biologica e biodinamica e attualmente gli ettari vitati sono 11, tutte vigne ad alberello di oltre 50 anni di età e su terreni scistosi e calcarei, spesso dalle pendenze rilevanti. Diversamente da altri produttori naturali i vini del domaine rivendicano in etichetta l’AOC di appartenenza, Corbières.
Corbières AOC “La Bégou” 2017 – Maxim Magnon
Il vino è ottenuto da un blend di tre uve: 50% grenache gris, 35% grenache blanc, 15% carignan gris. Fermenta in legno e affina 10 mesi in barrique esauste.
Paglierino con riflessi oro, naso di frutta bianca (pera acerba), fiori di campo, mineralità rocciosa ma sottile, scorza di agrumi.
Bocca di grande intensità, saporita, potente, di buona freschezza e allungo sapido, senza alcun eccesso alcolico.
Chiude di grande lunghezza e sapidità su ritorni agrumati e minerali.
Plus: vino di personalità e precisione, nei vini naturali le due cose possono andare a braccetto, anche se non sempre succede. Soprattutto sul vino bianco mi aspettavo qualche eccesso alcolico o una certa grassezza da contenere e invece il vino, pur nella sua solarità, resta equilibrato e ficcante. Toccherà mettersi alla ricerca dei suoi vini rossi!
C’era una volta un pilota di aeroplani, che un bel giorno planò leggero su un luogo speciale.
Un posto chiamato Cerbaiona, a Montalcino, più precisamente sul versante nord-est, dove il galestro e la sabbia abbondano nel terreno e lo rendono perfetto per il sangiovese. È lì che Diego Molinari assieme alla moglie Nora crearono la loro azienda, coltivando dagli anni Settanta un appezzamento di appena 3,2 ettari, del quale 1,7 dedicato al Brunello.
Brunello di Montalcino 2008 – Cerbaiona
Con lo scorrere del tempo, e dopo aver mostrato al mondo la sua magia, Diego volò via da questa terra, ma prima di farlo vendette la sua amata Cerbaiona nel 2015 a un gruppo di investitori americani, affinché il frutto del suo lavoro continuasse a vivere anche dopo di lui.
Chi nella vita terrena ha fatto grandi cose, lascia ai posteri l’opportunità di farsi rivivere attraverso le proprie opere. E così, in una serata avvolta da un velo di dolce nostalgia, ho incontrato la magia creata da Diego Molinari negli anni in cui lavorava attivamente in vigna e in cantina.
Dopo aver tolto via la polvere dalla bottiglia di Brunello di Montalcino trovata in cantina, affondo il verme nel sughero, tiro su con decisione e delicatezza il tappo ancora perfettamente integro e verso il vino nel calice, lasciando effondere nell’aria i vapori di questa 2008.
Subito un caldo aroma di amarena matura, una nota ematica, un fiore carnoso. E poi il profumo di sottobosco, di cuoio, di resina di pino e tartufo nero.
La sensazione è quella di addentrarsi nella boscaglia una giornata autunnale, con il sole che penetra tra i rami.
Un vino nella sua piena maturità, ma allo stesso tempo vivace e desideroso di mostrarsi in tutta la sua bellezza.
L’assaggio comprova questa energia che al naso si cela appena dietro un certo candore autunnale e decadente: un’acidità prorompente si riversa in bocca ad ogni sorso con ampiezza e slancio, ritmato da un tannino raffinatissimo, che lo rende potente e aggraziato allo stesso tempo. Un vino raro, cupo e vitale, unico come l’occasione di berne una bottiglia, la manifestazione immortale di un gesto d’amore.
L’Albariño di Pazo Señorans, in particolare questo Selección de Añada 2010, è una cuvée speciale prodotta solo nelle migliori annate (il base, ottimo ma più semplice, esce tutti gli anni).
Colore ancora di estrema gioventù, luminosissimo giallo-verde, naso straordinario che spazia dal lime, alla mandorla, allo zenzero, al tè verde, a note di fieno fresco tagliato, roccia, brezza dell’oceano galiziano. Bocca sapida, anzi salmastra, cesellata, di una precisione e freschezza invidiabili con ancora tanta vita davanti, beva pazzesca, a mio modesto avviso il più grande bianco di Spagna (insieme al Cepas Vellas di Do Ferreiro ma non in tutte le annate e al Vina Tondonia blanco di Lopez de Heredia, ma ormai introvabile) e mi permetto di dire senza esagerare tra i più grandi bianchi del mondo ad un prezzo ancora davvero commovente.
Abbinamento d’elezione coquillages galiziane quali capesante, berberechos, cannolicchi, tartufi di mare, granchi e chi più ne ha più ne metta. Indimenticabile.
La curiosità di assaggiare l’ultima uscita dell’etichetta simbolo di Pol Roger, la ventesima edizione della cuvée de prestige Sir Wiston Churchill, era alle stelle e non ho resistito.
Chiaramente dico subito che è un vino che darà il suo massimo tra almeno 10 anni, un carro armato a base principalmente pinot nero, al naso è ancora giustamente compressissimo, emergono note di zenzero, miele amaro, agrumi amari, la bocca è mostruosa per potenza e complessità ancora inespressa. La materia è importantissima, ad oggi si fa quasi “fatica” – e lo dico in senso positivo, per sottolineare quanto la trama sia fitta e compatta – a berlo (ma la bottiglia finisce in due in venti minuti…), dosaggio leggermente abbassato a 7 grammi litro che in questo caso comunque non si sentono.
Abbiate fede e pazienza ma se volete aprirlo ora provate ad abbinarlo ad un’anatra all’arancia o un fagiano in crema di funghi. Fenomenale (e anche il prezzo di conseguenza non è per tutti). Ennesimo capolavoro di Pol Roger (ah se avete in cantina anche il 2008 attendete il 2030…).
Capita che vitigni storici ed importanti per interi territori vengano dimenticati o, più di frequente, vengano mortificati da scelte sbagliate di produttori che ne compromettono quasi irrimediabilmente la fama e la reputazione. Qualcosa del genere è successo anche al refosco dal peduncolo rosso, il più nobile vitigno della grande famiglia dei refoschi (re dei foschi, dei vini scuri, per l’appunto).
Il refosco era, fin dal 1300, la varietà più citata nei testi agronomici del Friuli Venezia Giulia, insieme alla ribolla gialla per quanto riguarda le bacche bianche. Ed è stato per secoli il vino delle grandi occasioni, grazie alla complessità aromatica che portava in dote unitamente ad una materia ricca ed elegante. A partire dagli anni 60 e 70 però, a causa di scelte sbagliate in vigna (cimatura che rendeva la maturità fenolica più difficile da raggiungere), in cantina (vinificazione in acciaio e quindi in riduzione), e presso i vivaisti (che hanno propagato genetiche più produttive ma meno interessanti aromaticamente), il vino ottenuto da questa splendida varietà ha perso spessore e blasone dando troppo spesso origine a vini anonimi, dall’acidità slegata e da tannini verdi e sgraziati.
Vignai da Duline, di cui abbiamo già parlato in passato, ha fin dalla sua origine cercato di dare nuova linfa a questo vitigno grazie a vigne piuttosto vecchie e composte da antichi cloni di refosco dal peduncolo rosso. Nasce così Morus Nigra che abbiamo avuto l’occasione di degustare grazie ad una masterclass organizzata nell’ambito del Mercato dei Vini FIVI che si è tenuto qualche settimana fa a Piacenza.
Ecco le cinque annate che abbiamo assaggiato e che hanno dimostrato, senza alcuna eccezione, una straordinaria capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo (nel bicchiere ma anche a ritroso, man mano che le bottiglie si facevano più vecchie). Il Morus Nigra è ottenuto da fermentazione spontanea di refosco dal peduncolo rosso, macerazione di circa 40 giorni in funzione dall’annata, malolattica e affinamento in barrique per oltre 10 mesi.
Morus Nigra 2019: rosso rubino impenetrabile, primo naso di fiori rossi e prugna, seguono poi erbe officinali e spezie (cannella). Bocca intensa, di gran volume ma con alcol assolutamente sotto controllo, la morbidezza complessiva rende il sorso piacevole e integra alla perfezione l’acidità vivace. Chiude sapido e di grande persistenza fruttata. Nelle ultime annate, complice il riscaldamento climatico, la vinificazione avviene, in parte, a grappolo intero (15%-20% di uve non diraspate). Fresco e maturo insieme.
Morus Nigra 2014: in questa annata complicata la macerazione si è protratta per ben 48 giorni. Il vino al colore appare ancora giovanissimo, il naso però è molto diverso dal precedente: sono le spezie in primo piano, accompagnate dai fiori rossi (rose e peonie), in secondo piano dei gustosi lamponi schiacciati e la confettura di more. La bocca è meravigliosamente risolta, soave, succosa e sapida. Chiude su una lunga persistenza minerale. Vino molto buono ed in fase di beva. Power is nothing without control.
Morus Nigra 2010: viole fresche, confettura di amarena, menta, cardamomo, moka… Sorso ampio e carezzevole in ingresso, si allarga nello sviluppo sostenuto da un’acidità che fornisce dinamica e supporta la beva. Chiude su tannini soffici e sapidi. Vino che dà l’impressione di essere in metamorfosi tra la fase giovanile più floreale e fruttata e la senilità dei profumi terziari. Panta rei.
Morus Nigra 2004: ecco che troviamo, a oltre 17 anni dalla vendemmia, un vino che appare all’apice (si badi bene, non in declino!). Peonia e cioccolato fondente, frutti rossi disidratati e cannella, persino una splendida brezza marina coccolano l’olfatto. Sorso di grande integrità, persino compatto, la progressione è verticale e profonda e di grande sapidità. La consapevolezza dell’età adulta.
Morus Nigra 2003: annata che tutti ricordiamo come particolarmente difficile a causa del calore eccessivo e delle modestissime escursioni termiche, il vino che ne risulta è ancora molto sul frutto, non così articolato, sullo sfondo fanno capolino i sentori speziati e floreali. La bocca però è piuttosto integra, dal tannino vigoroso e saporito. Il vino sembra ancora alla ricerca di un suo assetto e lontano dall’essere compiuto. Si avverte però ancora margine di evoluzione e potenziale. Ai posteri l’ardua sentenza.