A.A.A.: Alto Adige Again

Che qualcuno, qui a Vinocondiviso, abbia un debole per l’Alto Adige, ne abbiamo tracce in alcuni articoli (ad esempio: qui, oppure qui, ma anche qui): l’occasione di partecipare all’evento “Vignaioli indipendenti del Trentino e dell’Alto Adige”, tenutosi domenica 13 marzo a Milano, era troppo ghiotta per farsela sfuggire.

Fra produttori che già apprezzavamo e altri per noi nuovi (Oberstein e Untermoserhof) abbiamo scelto sei vini che ci hanno colpito per eleganza (due pinot bianco), potenza (due pinot nero) e identità territoriale (e questi ultimi due ve li sveliamo dopo).

Il vitigno a bacca bianca per cui è famoso l’Alto Adige è il gewürztraminer, ma questa regione riesce a regalare grandi espressioni di pinot bianco; eccone due, campioni di eleganza:

  • Lapis 2018 di Weingut Oberstein: il nome del vino significa pietra in latino e la scelta è azzeccata; freschezza e mineralità sono i fili conduttori sia al naso che all’assaggio.
  • In der Låmm 2019 di Weingut Abraham: qui il pinot bianco si fa ancora più elegante e femminile con note di mughetto ed erbe di montagna, in bocca verticale e incredibilmente sapido. Nota: sì, da donna mi permetto di usare ancora l’aggettivo “femminile” per un vino senza sentirmi “politicamente scorretta”.

Eccoci ora a parlare del re pinot nero, coltivato in Alto Adige almeno da metà Ottocento, ovvero prima della sua annessione in Italia dopo la Prima Guerra Mondiale, grazie al sostegno dell’Arciduca Giovanni d’Asburgo, in due versioni, diverse per luogo e tecnica di affinamento, che ci hanno colpito per la loro potenza:

  • Schwarze Madonna Pinot Nero Riserva 2018 di Klosterhof: l’ultima generazione in azienda ha avuto esperienze in Borgogna e lo sguardo è irrimediabilmente sempre verso la Cote d’Or ma … coi piedi ben radicati nelle loro vigne, nella Bassa Atesina (siamo vicino al lago di Caldaro). Bocca piena e avvolgente, tannino fine, ampi margini di evoluzione.
  • Vigna Zis Pinot Nero 2016 di Brunnenhof: siamo stati anni fa nella cantina di Kurt Rottensteiner,  e ci ricordavamo nella bellissima “Vigna Zis” a Mazzon;  questa single vineyard, prodotta solo nelle annate migliori, sempre in tonneaux, è la summa del pensiero di Kurt: far emergere annata e terroir. Ci provano e lo dicono in tanti ma come si dice in inglese “easier said than done”. Naso intenso e austero, sorso ampio, grande persistenza: e pensare che Kurt lo teneva nascosto, al banco d’assaggio 😉

Passiamo ora a due vini che ci hanno colpito per la loro identità territoriale:

  • Santa Maddalena Classico 2020 di Untermoserhof: la cantina è proprio vicino alla chiesetta simbolo della denominazione, nell’omonimo villaggio che si raggiunge a piedi (ma in salita) da Bolzano; già al nostro primo sorso capiamo quanto tenga alla schiava, uva base del Santa Maddalena, e quanto impegno ci sia nel valorizzarla. Abbiamo degustato il vino con Massimo Zanichelli, che ne ha scritto una interessantissima verticale su Acqua buona:  I due Santa Maddalena di Georg e Florian Ramoser – Racconto di una verticale. Bellissima scoperta e lettura superconsigliata (questo il link).
  • AnJo 2019 di Strasserhof: siamo nella Valle Isarco, dove il kerner dà il suo meglio e infatti quello prodotto da Hannes è egregio. Qui vi parliamo di un altro vino che ci ha molto colpito sia per la sua aderenza territoriale sia per la voglia di sperimentare: Anjo, ultimo nato in azienda (siamo solo a due annate prodotte, 2018 e 2019), un blend di sylvaner (50%), riesling (35%), kerner (15%) affinato in legno. Un vino di struttura e di grande equilibrio gustativo, destinato ad un ottimo invecchiamento.

HALLO SÜDTIROL, SEHEN WIR UNS BALD WIEDER!

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

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