Kepab a Milano, da Mekan la carne è artigianale!

Il Kebap o Kebab, scritto rispettivamente in turco o in arabo, è ormai diventato uno dei pochi street food globali. Gustoso, poco costoso ma in genere anche molto calorico e poco salubre, spesso mi lascia molti dubbi sull’igiene dei locali in cui è servito e sulla provenienza della carne. In realtà, a ben cercare, anche a Milano c’è la possibilità di mangiare un ottimo kebap.

Oggi ti voglio segnalare il Mekan Kepab che si trova a Milano in Viale Carlo Troya, zona Piazza Napoli. La cosa che mi piace del Mekan Kepab è che non è un locale fighetto, magari con l’ambizione di rivisitare il famoso panino per renderlo un kepab gastronomico. Si tratta di un semplice locale, che assomiglia in tutto e per tutto ai molti döner kepab sparsi nella penisola, con però la rarissima e fondamentale qualità di preparare artigianalmente la carne (un misto di vitello e tacchino) che ogni mattina cuoce nel girarrosto. mekan kebap milano

Oggi ho scelto il kepab al piatto, quello che vedi in foto.  Ho però potuto assaggiare anche il kepab nella “piadina” (sottilissima e fatta al momento) e le verdure miste. Sono poi, a seconda dei momenti, disponibili anche altri piatti come i falafel, alcuni piatti alla griglia (spiedini di agnello, alette di pollo), pizza o alcuni dessert mediorientali.

Il gusto del kepab era ottimo e la consistenza della carna, ben cotta, superiore alla media. Il piatto, decisamente abbondante, non mi ha lasciato appesantito. Ho trovato azzeccato anche l’abbinamento con l’Ayran, una  bevanda a base di latte, yogurt, acqua e sale.

AyranLe verdure erano invece trascurabili, troppo cariche di olio. Il Mekan è gestito da turchi e l’ambiente è cordiale, con locali semplici ma puliti. Prezzi giusti, ovvero piuttosto economici.

MEKAN KEBAP
Viale Carlo Troya, 10
20144 Milano
Telefono: 329/3254959

 

Sancerre “L’Authentique” 2014 – Thomas Labaille

Con i primi caldi avevo bisogno di un vino fresco e “dissetante” e quindi ho messo mano al cavatappi per stappare un Sancerre in grande annata:IMG_8165

Sancerre “L’Authentique” 2014 – Thomas Labaille

Frutto chiaro non troppo maturo (melone bianco e pesca), vegetale delicato (basilico e menta), gesso, conchiglie e acqua di ostriche. Bocca con acidità predominante ma non sgraziata e che sostiene la progressione, dà sapore e succosità. Profondità notevole e ottima persistenza.

Un vino che forse ha, come unico limite, una certa “algida bellezza”, piacerà meno a chi nel vino cerca una quota non indifferente di “coinvolgimento e sensualità”.

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I 5 alibi del degustatore euristico

Il ragionamento, la discussione, l’analisi sono processi cognitivi piuttosto faticosi e che richiedono energia e concentrazione. Per questo il cervello umano, nel risolvere, magari velocemente, questioni complesse, spesso usa delle scorciatoie o delle semplificazioni (a rigore potremmo chiamarle euristiche cognitive) che permettono, in maniera intuitiva e rapida, di avvicinarsi alla verità. parassita-bigA volte queste semplificazioni ci portano a commettere degli errori o a banalizzare delle problematiche senza che neppure ce ne rendiamo conto. Si incappa cioè in quello che gli psicologi chiamano bias cognitivi.

I degustatori e gli appassionati di vino non sono certo immuni da questa trappola mentale.

Ti è mai capitato di avere un’opinione molto diversa da quella di un’altro degustatore, che magari stimi ed è pure tuo amico, sulla medesima bottiglia di vino?

A me sì, e quando succede sono piuttosto felice! Sai che noia avere tutti la stessa opinione… anzi ti dirò di più: spesso dalla divergenza di opinioni nasce un dibattito costruttivo e che mi fa soffermare su aspetti di quel vino che magari in un primo momento non avevo considerato. Sono proprio questi i momenti di apprendimento migliore!

Però risulta faticoso e, a volte, anche antipatico approfondire la divergenza di valutazione su un medesimo vino. Non vorrai mica insinuare che io non ci capisco un’acca di vino???

Ecco allora che, inconsapevolmente, il degustatore “pigro” ricorre ad una serie di alibi che evitano imbarazzanti discussioni. Di seguito ti riporto i 5 alibi più frequentemente utilizzati:

  1. la bottiglia sotto-performante: uno degli adagi più conosciuti nel mondo del vino recita che “non esistono grandi vini ma solo grandi bottiglie“. Ovvero: se non stiamo bevendo lo stesso vino versato dalla stessa bottiglia è probabile che stiamo bevendo vini diversi e dunque… ogni scambio di opinione è inutile. Se io trovo il vino eccezionale e tu lo trovi mediocre la spiegazione più semplice è che la tua bottiglia sia, per qualche motivo, sotto-performante. Non è necessariamente colpa di nessuno (conservazione, tappo, etc.), semplicemente il vino è vivo e la tua bottiglia è evoluta diversamente dalla mia. E’ la spiegazione più probabile? Certo che no! Ma è la spiegazione meno faticosa…
  2. le fasi di chiusura: eccolo qui l’altro passepartout per troncare ogni approfondimento enoico. “I nebbiolo 2010 sono entrati in fase di chiusura, riaprilo tra 5 anni quel Barolo di Beppe Rinaldi e vedrai…”. Anche in questo caso pur non negando l’esistenza di queste casistiche e l’esistenza di fasi di chiusura e finestre di bevibilità, quasi mai prendiamo in considerazione tutti i casi che smentiscono questa tesi (nell’esempio citato, i tanti nebbiolo 2010 bevuti che risultano invece aperti e golosi).
  3. il giorno radice: si tratta del più sconsigliato giorno per aprire i vini , in particolari se ottenuti da pratiche biodinamiche, secondo il calendario lunare di Maria Thun. In pratica, la luna influenzerebbe non solo la semina, la raccolta e le altre pratiche agricole (e di cantina, come ad esempio i travasi o gli imbottigliamenti) ma avrebbe un impatto significativo anche sulla performance del vino in fase di degustazione. Insomma, prima di aprire il tuo prossimo La Tache, consulta il calendario o una delle varie app a disposizione sull’argomento.
  4. bottiglia “viaggiata” o problemi di conservazione: qui la colpa è di chi ha mal conservato o trasportato il vino e la divergenza di opinioni dipenderà sicuramente da questo, piuttosto che da una soggettiva valutazione del vino.
  5. lotto sfigato: quest’ultimo alibi è uno dei più subdoli! Infatti non sono poi molti i produttori, soprattutto di dimensioni medio piccole, che fanno massa unica prima di imbottigliare. Ecco perché possono diffondersi leggende sui lotti sfigati o buoni da comprare di un certo vino.

Naturalmente gli alibi che ho riportato sono solo i più frequenti, me ne potrei essere dimenticato qualcuno. Se te ne vengono in mente altri segnalalo nei commenti! Peraltro, i 5 alibi hanno, a volte, un fondo di verità e non sono sempre campati per aria. Ma quello che mi colpisce e che volevo provocatoriamente raccontarti è: perché facciamo così fatica ad accettare la soggettività nel mondo del vino? Perché è così difficile accettare che abbiamo gusti e sensibilità diverse? Infine, perché se abbiamo un’opinione diversa su un certo vino, “uno dei due sbaglia”? La degustazione del vino non è un gioco a somma zero, in cui io vinco e tu perdi, tu hai ragione ed io ho torto…e se fosse invece uno splendido gioco a somma positiva in cui entrambi impariamo dal confronto di opinioni diverse? 

Chignin Bergeron “Verticale” 2011 – Louis Magnin

Come promesso dopo questo post, proseguo a stappare dei vini provenienti dalla Savoia. Dopo aver stappato un vino ottenuto da jacquère ed un vino da mondeuse, oggi è la volta di una denominazione completamente dedicata al vitigno roussanne.Verticale.JPG Per l’esattezza:

Vin de Savoie Chignin Bergeron “Verticale” 2011 – Domaine Louis Magnin

All’olfatto subito un floreale dolce tipo glicine, tarassaco, frutta gialla (nespola), mineralità scura, erbe amare di montagna. La bocca, a dispetto del nome, è piuttosto larga e non così verticale come l’etichetta lascia presagire. Molto volume e morbidezza in ingresso, i 13,5% di titolo alcolometrico si sentono tutti e solo in chiusura qualche nota amaricante e minerale aiuta a “ripulire” il cavo orale che resta sapido a lungo.

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Non il mio genere di vino, questa bottiglia è però un’interpretazione piuttosto classica e centrata della roussanne, vitigno ricco e maturo che non ha nell’acidità la sua caratteristica principale.

Neologismi: vini pezzent vs. bevitori di etichette

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Si sa, il linguaggio è molto importante per condividere e trasmettere le emozioni del vino magari a chi non lo sta bevendo insieme a te. Come descrivere sensazioni complesse come quelle derivanti dall’esperienza culturale dell’assaggio di un vino? Spesso dunque i degustatori sono abili nell’utilizzo delle metafore, nell’uso delle sinestesie e più in generale delle figure retoriche o comunque nella creatività applicata alla lingua. Mario Soldati o Luigi Veronelli ci hanno lasciato pezzi di letteratura e vino ancora ineguagliati…

Molto più modestamente oggi ti parlo di un divertente neologismo che sento utilizzare sempre più spesso tra gli appassionati di vino. Si tratta della parola pezzent spesso utilizzata in espressioni tipo: “vino pezzent”, “serata pezzent”, “amante dei vini pezzent” e via di seguito.

Pezzent è il prototipo dell’appassionato che si contrappone al wine-snob o, meglio ancora, al bevitore di etichette. Se il bevitore di etichette contraddistingue l’appassionato che riesce ad entusiasmarsi solo per i vini/vitigni celebri, il degustatore di indole pezzent è invece capace di appassionarsi preferibilmente per i piccoli vini, le produzioni sconosciute o le denominazioni di nicchia; la sua missione è quella di “scoprire” vini e territori ancora inesplorati e dall’ottimo rapporto qualità prezzo.

E tu da che parte stai?

Per scoprirlo segui la tavola sinottica sottostante!

Tavola Sinottica Pezzent vs. Bevitore di Etichette
Tavola Sinottica Pezzent vs. Bevitore di Etichette

Diego Mutarelli
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Cristom, sorprendente pinot nero made in Oregon

Sorprendente questo vino made in USA, anzi in Oregon. Finalmente un pinot nero americano che mi convince appieno, anzi mi lascia decisamente soddisfatto. L’azienda si chiama Cristom e si trova nella Eola-Amity Hills, una sottozona della Willamette Valley.

Eola-Amity Hills, Willamette Valley Pinot Noir Louise Vineyard 2013 – Cristom

Il naso è decisamente elegante e per nulla “moderno” (come temevo). Lamponi e ribes, incenso, tocco di pepe bianco, un vegetale acquoso tipo cetriolo, leggero caffè. Bocca molto dinamica e finto-semplice, la materia in realtà c’è e satura tutto il cavo orale che è percorso da acidità vibrante con legno dosatissimo che si “indovina” da un tannino ancora leggermente astringente. La chiusura è da grande vino: sapida, profonda, pulita e lunghissima. Lascialo in cantina qualche anno per goderlo appieno…

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Vitovska: il vino di confine fatto di roccia, mare e bora

Ho avuto la possibilità di partecipare ad un  bell’evento organizzato dall’AIS Milano dedicato alla vitovska. L’evento fa parte di una delle numerose iniziative collaterali pensate per lanciare la decima edizione di Mare e Vitovska, manifestazione enogastronomica che si terrà al Castello di Duino il 17 e 18 giugno 2016.

La vitovska è un vitigno autoctono del Carso friulano e sloveno. Un vitigno che da tempo sta trovando sempre più estimatori, tra i quali il sottoscritto. Ho avuto la fortuna di visitare il Carso friulano qualche tempo fa, scoprendo territori e produttori fenomenali: Vodopivec, Zidarich, Skerk, Kante sono solo alcuni dei produttori più conosciuti.

La vitovska è un vitigno elegante e dal basso tenore alcolico con aromi delicati di fiori, mare e frutta a pasta bianca o gialla a seconda delle interpretazioni. Acidità ben calibrata e sapidità marina allungano il sorso e danno profondità minerale a vini che non lasciano indifferenti. Il vitigno si è adattato ad un territorio difficile ed affascinante: siccitoso in estate e freddo in inverno, ricco di roccia calcarea con poca terra a disposizione, spazzato da folate violente di bora ma anche mitigato dal mare e dalla baia del golfo di Trieste.

Le interpretazioni di vitovska che mi convincono di più sono ottenute da macerazioni sulle bucce e affinamenti in legno grande e usato, cemento o anfora. Alcuni produttori, ad iniziare da Zidarich, stanno addirittura riscoprendo la vinificazione in tini di pietra carsica. Non mancano stili più tradizionali (vinificazioni in bianco e affinamenti in inox) e non sono pochi i produttori che provano anche ad utilizzare una quota di legno nuovo.

I vini in degustazione:

 

Vitovska 2015 – Azienda Vinicola Andrej Bole

Mare, fiori bianchi, foglia di menta, bocca delicata, piuttosto esile con però una bella progressione dettata dall’acidità che dà ottima profondità al vino. 83

Vitovska 2015 – Gabì Wines

Colore e olfatto più grintoso del vino precedente, pesca bianca non troppo matura, ginestra, camomilla, mela renetta, mineralità, alghe…bocca completa, sferica, succosa. Chiusura di media lunghezza molto pulita. Bella vitovska vinificata in bianco e fermentata in legno. 86

Vitovska 2014 – Grgic (sito web)

Vino vinificato in bianco, con macerazione a freddo e ghiaccio secco (crio), 2/3 del vino in questa difficile annata fanno legno, 1/3 della massa acciaio. Le noti di affinamento in legno sono purtroppo predominanti (mou/burro), il vino risulta piuttosto grasso, le note lattiche tornano in bocca. Il vino è equilibrato nelle sue componenti ma lo stile è decisamente “coprente” in un’annata difficile in cui, forse, si poteva provare ad usare una mano meno marcante in cantina. 76

Vitovska 2015 – Rado Kocjancic

Canfora, fiori bianchi, mare, pesca bianca, bocca sferzata da un’acidità viva eppure intrigante, saporita. Ottima lunghezza. 84

Vitovska 2015 – Bajta Fattoria Carsica (sito web)

Bel vino dal naso pulito e semplice di mela, floreale e una vena delicata vegetale, il tutto circondato da una bella mineralità. Bocca, appena sparisce una leggera CO2, grintosissima: acidità e sale afferrano il cavo orale e non lo mollano più, neppure nei ritorni agrumati in retrolfatto. 87

Vitovska 2013 – Skerlj (sito web)

Ecco la prima vitovska della serie vinificata in rosso: uva passa, zenzero, iodio, salmastro, bocca leggermente tannica, con una progressione molto convincente: verticale, salata, saporita. Chiude decisamente lungo. Gran bel vino davvero. 88

Vitovska 2013 – Skerk

Naso caleidoscopico per questo orange wine: erbe aromatiche, albicocca, uva passa, iodio, un tocco di frutta esotica, persino lampone…la bocca è intensa, sferica, il sorso accompagnato da un gustosissimo tannino. Vino completo di grande prospettiva ed energia. 89

Vitovska 2007 – Zidarich

Vino con qualche anno sulle spalle che ha raggiunto una compiutezza – senza essere ancora arrivato all’apice – rimarcabile: camomilla e zenzero, erbe aromatiche e roccia, il naso ad ascoltarlo con calma direbbe ancora tanto ma…la bocca lascia stupefatti: delicata ed energica insieme, come solo i grandi vini sanno essere, la progressione è senza strappi con il tannino a dare sapore e l’acidità a dare verticalità. Il sale invece invoglia alla beva. La chiusura è fresca e lunghissima. Un vino che coniuga energia e classe, potenza ed eleganza. 91

Verdicchio Kypra 2014 – Ca’ Liptra

Oggi ti parlo di un vino che, inutile girarci attorno, ha deluso le aspettative.IMG_8101

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “Kypra” 2014 – Ca’ Liptra

Il naso si apre su sentori piuttosto originali di frutta gialla matura (nespola), mandorla, ossidazione incipiente (mela grattugiata), la bocca è larga ma anche seduta con poco allungo e stratificazione. Probabilmente complice l’annata la bocca è debole di corpo e carente di acidità, tant’è vero che il poco alcol nominale del vino si sente tutto in chiusura di bocca. La persistenza è minima anche se rimane la percezione di una sapidità che rende il sorso più piacevole.

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Ca’ Liptra è un’azienda situata a Cupramontana, in Contrada San Michele, una delle zone più vocate del Verdicchio e lavora 2 soli ettari di vigneti con un’età media di 40 anni.

 

Ansonica 2014 – Cataldo Calabretta

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La Calabria negli ultimi anni mi ha spesso fatto divertire con produttori e vini poco conosciuti che in breve tempo si sono ritagliati, tra gli appassionati, una certa popolarità. In genere questi vini sono rossi e a base di gaglioppo. Oggi però ti racconto di un vino bianco ottenuto dal vitigno ansonica:

Calabria IGT Ansonica Bianco 2014 – Cataldo Calabretta Viticoltore.

La veste del liquido è un bel giallo oro luminoso e fin dalla prima olfazione mostra gran carattere: frutta gialla, sentori iodati e sulfurei, minerale, fumé. La bocca è saporita e di ottima acidità, il sorso è profondo e la chiusura decisamente sapida. Media lunghezza.

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Un vino di qualità e personalità, con un grande rapporto qualità/prezzo.

La famiglia Calabretta si trova nel comune di Cirò Marina e da oltre dieci anni lavora in biologico, sia in vigna che in cantina. Nei circa 14 ettari vitati sono allevati il gaglioppo, l’alicante, l’ansonica, la malvasia e il greco bianco.

Qualche utile informazione ricavata dal sito del produttore sulle modalità di conduzione in cantina:

Non utilizziamo lieviti selezionati né attivanti di fermentazione di alcun genere; cerchiamo di ridurre al minimo l’impiego di diossido di zolfo, stabilizzazione tartarica a freddo statica e filtrazione prima dell’imbottigliamento.
In cantina abbiamo recuperato le antiche vasche in cemento, tra le più indicate per l’affinamento e la maturazione del vino CIRO’.

 

Arbin “La Rouge” Mondeuse 2011 – Louis Magnin

Continuo ad approfondire i vini della Savoia grazie alla denominazione Arbin, vino ottenuto dall’unico vitigno a bacca nera autorizzato nella AOC Arbin, la mondeuse. IMG_8092Stasera ti racconto quello che il bicchiere mi ha restituito del seguente vino:

Arbin “La Rouge” Mondeuse 2011 – Louis Magnin

Naso molto floreale (violetta, peonia, geranio), poi lampone, china, rosmarino ed un delicato ma presente tocco animale. La bocca è saporita e di buon volume, un po’ rapida nello sviluppo che è dominato da acidità agrumata e tannino croccante. Chiusura gustosa, sapida e leggermente amaricante. Vino interessante e ancora lontano dal suo apice.

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Il vino è ottenuto da vigne di 70 anni allevate sulle argille rosse della Savoia in una tiratura di circa 4.000 bottiglie all’anno. Il costo della bottiglia è intorno ai 18 €.