Lo scorso 20 ottobre, oltre 300 persone hanno dato il benvenuto – nel cuore di Pavia, in una delle antiche sale della sua storica Università – alla nuova delegazione FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) dell’Oltrepò. Un luogo, questo, legato al progetto DiVino Argento che la neo-costituita delegazione sostiene, tanto che l’intero ricavato della serata è stato destinato a borse di studio per giovani ricercatori in ambito medicale che intendono curare le infezioni batteriche sfruttando le preziose sostanze naturali presenti nelle vinacce.
Scelta non casuale, quella di sostenere “Di Vino Argento”, poiché lega la ricerca medica alla chimica sostenibile, al mondo del vino e alla campagna, con ricadute positive sul territorio e i suoi abitanti a 360°.
Nasce così la delegazione FIVI, che raggruppa 35 vignaioli indipendenti dell’Oltrepò Pavese. Perché indipendenti? Perché, come gli altri 1.300 vignaioli FIVI di tutta Italia, essi non dipendono da nessuno per coltivare la propria uva, trasformarla in vino e vendere il frutto del loro duro lavoro. “Ho accettato molto volentieri l’invito a questa giornata e sono convinta che questo nuovo gruppo così unito possa far crescere la delegazione FIVI e dare un grandissimo apporto a far conoscere la qualità dell’Oltrepò Pavese”.
Con queste parole del presidente di FIVI, Matilde Poggi, chiudiamo l’articolo dando appuntamento a tutti al mercato FIVI che si terrà a Piacenza nei giorni 23, 24 e 25 novembre, invitandovi ad approfondire il progetto DiVino Argento e a dare anche voi un prezioso contributo.
Da un po’ noi di Vinocondiviso non parlavamo di vitigni PIWI, ma il nostro interesse per loro resta sempre alto, tanto da seguire – purtroppo stavolta non “sul campo” – la vendemmia della varietà resistente johanniter, presso l’azienda VindelaNeu di Nicola Biasi.
Sabato 19 ottobre, a 1.000 metri, nella Val di Non, in una zona in cui si alternano boschi e meleti, Nicola ha vendemmiato il suo vigneto di circa 1.000 metri quadrati, piantato nel 2002. Come in molte parti d’Italia quest’anno la vendemmia è stata posticipata di una settimana rispetto al 2018, con rese leggermente inferiori, spiccata acidità e una qualità che si preannuncia molto buona.
Due particolarità: è stato effettuato un solo trattamento in vigna contro la peronospora e i grappoli hanno passato, come sempre, parecchie notti ad una temperatura vicina allo zero prima di essere raccolti. Ora il mosto sta fermentando, poi passerà un anno in botti da 225 litri di rovere francese (50% nuove e 50% usate) e un ulteriore anno di affinamento in bottiglia.
Non esiste un vero e proprio ordine logico con il quale organizzo le visite in cantina o la perlustrazione di un territorio. È una sorta di chiamata, una pulsione, e così nell’ultimo periodo è arrivata una forte attrazione per l’Alto Piemonte. La scelta della cantina di Francesca Castaldi a Briona (NO) è stata una naturale conseguenza. Una piccola realtà artigianale, in cui mi ero imbattuta in una fiera. In quell’occasione avevo fatto un veloce assaggio, ma quel piccolo sorso mi era rimasto in testa e sentivo il desiderio di approfondire.
Quello che proprio non immaginavo è che una visita in cantina si potesse trasformare in un inno alla femminilità. L’impronta del “essere donna” di Francesca è potente, dalla vigna alla cantina, inscindibile dal risultato finale che possiamo degustare nel suo vino. Cogliamo questa essenza anche grazie al fatto di essere tutte donne in visita: sono infatti accompagnata da Alessia e Roberta, due amiche con cui condivido la stessa grande passione e voglia di chiacchiere.
Francesca ci accoglie davanti al portone della sua cantina; una figura agile e snella, stretta di mano vigorosa ed un’indole dolce di cui ci privilegerà a piccoli sorsi durate la nostra permanenza. È un sabato di ottobre tiepido e soleggiato, appena entriamo in cantina veniamo investite dal profumo dei mosti in fermento. Un nugolo di moscerini ubriacati da questi effluvi ci ronza attorno eccitato e stordito. È la stessa bellissima sensazione che coinvolgerà anche noi.
La prima cosa che ci mostra
Francesca è un grande recipiente pieno di mosto in fermentazione: un magma di
vita. La stessa vita sta prendendo avvio nelle vasche. La produttrice appoggia
sull’acciaio la sua mano, macchiata ed inaridita dal lavoro manuale dalla
vendemmia; non è freddo come ci si aspetta dal metallo, ma tiepido per effetto della
fermentazione. Un gesto che mi sembra incredibilmente materno.
Il racconto dei passaggi in cantina è preciso e veloce, accompagnato da qualche assaggio dalla vasca, colori vivi e delle belle sensazioni di lievito. Quello di cui Francesca sembra essere più orgogliosa è una barrique esausta, aperta e riempita con le uve pigiate della vespolina. In superficie si sono concentrate le vinacce che accarezziamo ed annusiamo, si sente il frutto maturo e già la sensazione speziata tipica del vino. Allungo una mano e assaggio, Francesca mi perdonerà, si sa che la curiosità è femmina. Ci racconta che spesso sperimenta con la vespolina.
Chiediamo di visitare le vigne
che si trovano appena fuori dal piccolo borgo che ospita la cantina. Ci
mettiamo in macchina e seguiamo la “Pandina” bianca di Francesca, non teme
buche e strada sconnessa, a differenza della mia utilitaria che, da ragazza di
città, teme di rovinarsi le scarpe.
Imbocchiamo una strada sterrata circondata da un fitto boschetto, è una sorta di macchina del tempo che ci catapulta in un luogo completamente diverso. Francesca lo ribattezzerà “scrigno” ed è proprio così, un altipiano raccolto dai boschi e custodito dal Monte Rosa che veglia sulle vigne proteggendole da venti freddi e intemperie aggressive, garantendo inoltre la giusta escursione termica, e così nelle notti estive si sviluppano gli intensi aromi delle uve. Il resto lo fa il sottosuolo, quello dell’antico super vulcano: fonte inesauribile di profumi, struttura e longevità. La texture delle stratificazioni permette alle radici di andare in profondità e garantisce protezione dallo stress idrico che, in questa annata, è risultato particolarmente impattante.
Facciamo quindi una passeggiata
tra i filari, guidate dal racconto della produttrice che, a ruota libera, ci
racconta la sua idea di viticoltura. Una sinergia tra tecnologia umana e cicli
naturali. Ne deriva quindi la scelta di non utilizzare trattamenti invasivi ma
affidarsi allo studio e alla ricerca di nuove tecniche che sfruttano le naturali
difese della natura. Per queste ultime ci vuole pazienza e fiducia ed anche in
questo si nota il tocco femminile di Francesca.
La vespolina che tradizionalmente matura prima del nebbiolo, in questa vendemmia 2019, si è fatta attendere ed è stata l’ultima ad essere raccolta. In pianta troviamo ancora dei grappoli e cogliamo l’occasione per assaggiare qualche acino, turgido di succo dolce e profumato, il contrasto arriva dal vinacciolo ricco di tannino. Tutte queste caratteristiche le ritroveremo poi all’assaggio del vino, intatte e fragranti, grazie ad una vinificazione oculata e quasi completamente priva di aiuti chimici.
Torniamo in cantina per gli
assaggi, la sala degustazione si trova in un sottotetto, dove, nella stanza
accanto, ordinata in cassette verdi, sta appassendo l’uva rara. Abbassiamo
inconsciamente il tono di voce, ci sembra quasi di disturbare questo riposo.
Al centro della grande sala un
lungo tavolo coperto da una tovaglia di cotone bianco al quale ci accomodiamo,
diverse interpretazioni di femminilità, sensibilità ed esperienze lontane che
trovano un’intima sintonia intorno ai calici. Fa da sfondo un antico muro di
pietre, provenienti dai sedimenti dei torrenti del posto e che disegnano
bellissime e variopinte greche.
Francesca ha inventato un percorso di degustazione personale e divertentissimo, un gioco con il quale ad ogni vino abbina un personaggio della sua vita, in cui i ruoli fondamentali sono ovviamente quelli delle donne.
Partiamo con Lucia, l’erbaluce della cantina, unico bianco in degustazione. Si discosta completamente da altri assaggi dello stesso vitigno, per una bella nota speziata di zafferano. Non avendola mai percepita in altri prodotti la mia mente va al territorio, mi viene da pensare che il super vulcano apponga in questo modo il suo marchio sul vitigno.
Altro assaggio, altra donna: è Nina. La nonna della produttrice, una bella testa riccia di capelli ed una sola cosa nella mente: la vigna. Una vita spesa a lavorare tra i filari fino a che le gambe l’hanno sostenuta. In questo momento, quasi con un po’ di imbarazzo, Francesca ci fa la sua rivelazione: la vespolina è donna. Un vitigno volubile, a volte capriccioso, ma capace come nessun altro di grande generosità. Intenso e vivace in purezza e perfetto nel matrimonio con il Nebbiolo, così chiuso ed austero. Un vino adorabile nella sua semplicità; perfetto in abbinamento con piatti succulenti, grazie al tannino profondo ed al gusto ricco di frutti rossi e spezia.
Poi arriva il Bigin, l’articolo davanti al nome è fondamentale, perché così ci viene presentato. Quando Francesca abbandonò la vita da ufficio per dedicarsi all’attività di famiglia, la viticoltura, c’era lui Bigin; l’aveva aiutata con dedizione a piantare le nuove vigne di nebbiolo. L’uomo non aveva potuto studiare ma questo non gli aveva impedito di costruire una grande cultura personale, sfruttando le armi della volontà ferrea e della curiosità. Ogni giorno ascoltava il telegiornale con atlante e dizionario alla mano. Bigin, il vino, è così: ricco e profondo, di grande eleganza e generosità.
Fara è il matrimonio che ci aspettavamo: il nebbiolo porta eleganza, la vespolina dà una sferzata di vita con tannino e spezia. L’annata 2014, fredda e piovosa, ha inciso sulla struttura del vino rendendola più delicata. In questo caso un vantaggio, il vino riesce ad esprimere sapidità e mineralità del territorio in maniera più netta.
Con Martina, barbera 100%, passiamo ad un’altra personalità con un vino ricco di frutto e freschezza.
Chiudiamo con Crepuscolo, passito di uva rara. La particolarità è un bouquet ricco di sentori tostati ed affumicati, il residuo zuccherino è elevato ma l’acidità importante e la spezia ripuliscono il palato e così, questo passito non stanca mai.
Francesca somiglia alla sua vespolina, o forse è il contrario. Nel suo immaginario ce l’ha presentata come un’elegante signora con la calza smagliata, oppure una bellissima ragazza con un lieve strabismo. Insomma, quel tocco di disordine nell’ordinario che dona un fascino irresistibile.
Giovedì prossimo, 10 ottobre 2019, la nostra Alessandra insieme alla delegata ONAV Monza, Daniela Guiducci, ci porterà a spasso fra le pergole di schiava, percorrendone la storia e le zone di produzione. Sarà l’occasione per scoprirne l’eleganza.
Alessandra sotto le pergole di Schiava nei pressi del Lago di Caldaro
Tutte le informazioni per partecipare all’evento le trovi a questo link.
Ecco il viaggio:
Intorno al Lago di Caldaro
Lago di Caldaro Scelto Classico “Bischofsleiten” 2018 – Alto Adige DOC, Castel Sallegg
Lago di Caldaro Classico Superiore “Quintessenz” 2017 – Alto Adige DOC, Cantina di Caldaro
Oggi ho il piacere di raccontarti di una serata conviviale trascorsa a Milano, nel nuovo ristorante giapponese Ichikawa. La particolarità del ristorante, oltre naturalmente alla presenza del maestro Haruo Ichikawa in persona, è che si può mangiare unicamente secondo la formula omakase: un percorso di degustazione che cambia secondo l’estro e le materie prime a disposizione dello chef.
Naturalmente non potevano mancare i vini!
Gli champagne:
Champagne Brut Cuvée Fleuron 2008 – Pierre Gimonnet
Champagne Brut 2008 – Lallier
Champagne Extra-Brut Les Grillons 2011 – André Robert
Champagne Nature Violaine 2010 – Benoit Lahaye
Champagne Nature Rosé Zero – Tarlant
Champagne Extra-Brut Rosé de Saignée – Laherte Frères
Sugli scudi i due rosé di Tarlante Laherte: il primo è uno champagne rosé molto fine al naso, di grande mineralità e suadenza (calcare, lampone, fiori secchi) con un incedere in bocca acido e profondo, ma la materia integra bene l’abbondante freschezza lasciando il cavo orale piacevolmente saporito e terso; il secondo è invece uno champagne più carico, a partire dal colore più scuro, per continuare con un olfatto maturo e ferroso di grande fascino, il sorso è di contro estremamente soave, con perlage molto elegante e delicato e allungo cremoso e carezzevole. Sul podio anche un sorprendente Lallierche, nel millesimo 2008, sforna uno champagne di grande carattere, che piacerà a chi non disdegna un tocco ossidativo ed una chiusura di leggera astringenza, salatissima e profonda.
I vini bianchi:
Anjou Bastingage 2016 – Clos de l’Élu
Muscadet Sèvre et Maine Gorges 2014 – La Pépière
Sancerre Clos La Néore 2015 – Vatan
Chablis 1er cru La Forest 2007 – Dauvissat
Batteria “vinta”, inaspettatamente, dal Muscadet de La Pépière, vino di una mineralità chiara stupefacente che fende il cavo orale agile ma ineluttabile, ficcante e profondo, per chiudere su pregevoli ritorni marini. Ottimo anche lo Chablis di Dauvissat che sembra però all’apice e più che soddisfacente il Clos La Néore di Vatan che, pur non toccando le vette di alcuni millesimi indimenticabili, mostra anche in quest’annata il suo carattere essenziale e minuto, tenace ed autorevole.
Due vini diversissimi tra loro ma di grande pregio. Il riesling di Prüm è un fuoriclasse che alterna note dolci di spezie e frutta matura a note più aspre di agrumi e vegetali. Il sorso è meraviglioso: delicato e saporito, freschissimo, tutto giocato sugli agrumi e il sale. Il Buca delle Canne, prodotto in rare annate da La Stoppa, da acini di semillon colpiti da Botrytis cinerea, è un vino dal portamento maturo e morbido: fichi, datteri, zafferano, agrumi e zenzero…accompagnano il vino che risulta concentrato nel sapore e carezzevole nella chiusura.
L’enogastronomia diventa sempre più spesso un’occasione per supportare attività benefiche. Con piacere noi di Vinocondiviso abbiamo partecipato, insieme a 100 altri invitati, alla cena di fine estate organizzata presso l’Hosteria La Cave Cantùdi Casteggio. Tre chef – Damiano Dorati, dello stesso ristorante che ha ospitato l’evento, Antonio Danise, del ristorante Villa Necchi, e Rigels Tepshi, del ristorante Ottocentodieci – si sono alternati nella preparazione di piatti abbinati ai vini di note aziende dell’Oltrepò: Monsupello, Marchesi di Montalto, Conte Vistarino e Cà del Gé. Tutti con finalità benefiche.
Lo ha spiegato in occasione della serata la dottoressa Patrizia Comoli del reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia, diretto dal Dott. Marco Zecca: “Il ricavato della cena sosterrà un programma di trattamento anticancro e antivirale. Si tratta di terapie cellulari personalizzate atte a prevenire la ricaduta leucemica e gravi patologie virali nei piccoli pazienti che ricevono un trapianto di cellule staminali. I contributi di iniziative benefiche come questa consentono di continuare nella ricerca, aprendo nuovi orizzonti terapeutici”.
La Savoia è forse il territorio francese meno frequentato dagli appassionati di vino italiani.
Su Vinocondiviso, controcorrente, ti parlo invece spesso della Savoia e dei suoi vini. Oltre tre anni fa pubblicavo, ad esempio, questo post in cui si raccontava delle caratteristiche e tipologie di vini della Savoia: Vitigni autoctoni e biodinamica in Savoia.
Complici i prezzi stratosferici delle regioni più celebrate di Francia, Borgogna in primis, noto con piacere che da qualche tempo i distributori più attenti stanno inserendo in catalogo sempre più vini di regioni francesi meno “classiche”: Jura, Sud-Ovest, Corsica ed anche Savoia…
Oggi ti parlo di un’azienda emergente che in Francia si è già fatta notare da critica e consumatori: il domaine Céline Jacquet.
Domaine Céline Jacquet
L’azienda nasce nel 2011, con soli 0,45 ettari di vigna! Céline Jacquet – appena diplomata in enologia a Grenoble – si installa ad Arbin nella Combe de Savoie, la valle che da Chambery si inerpica verso Albertville e le stazioni sciistiche.
Le vigne più belle sono quelle esposte a sud sui lati della valle: vigne ripide e scoscese, scaldate dal sole di giorno ma che beneficiano di un microclima asciutto e caratterizzato da notevoli escursioni termiche giorno/notte.
Jacquère, altesse, roussanne e mondeuse sono i vitigni dai quali Céline Jacquet ottiene vini di grande finezza, fruttati, croccanti e saporiti, dal moderato tenore alcolico (circa 12%).
Sono andato sul posto ad assaggiare i vini del domaine. Dal 2011 ne è stata fatta di strada! Gli ettari di vigna sono diventati 4 e finalmente il numero di bottiglie disponibili ha permesso all’azienda di farsi conoscere anche fuori dalla regione.
L’azienda non è ancora in regime biologico ma l’obiettivo è a portata di mano. In cantina gli interventi sono minimi, le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni e contenuta solfitazione all’imbottigliamento.
Céline Jacquet, gamma in assaggio
Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati, con la promessa di note più dettagliate quando potrò degustare con calma i vini acquistati sul posto:
Roussette de Savoie 2017: vino delicato ed esile, ma gustoso, citrino e dissetante. Intrigante per il finale salino e profondo. Le roussette della Savoia, nelle migliori versioni, peraltro regalano un’insospettabile capacità di evoluzione in bottiglia.
Mondeuse St Jean de la Porte “les Echalats” 2018: il vino che mi ha convinto di meno, molto compresso al naso, vinoso e fruttato. L’annata è recentissima, ha bisogno di più tempo per distendersi e tirar fuori un ventaglio aromatico più articolato.
Mondeuse Arbin 2016: un’interpretazione della mondeuse agile e beverina, scorrevole ma senza rinunciare alle spezie e alla verve acida del vitigno.
Mondeuse Arbin “Mes Aïeux” 2016: anche qui siamo di fronte ad una mondeuse scorrevole e spigliata. Il naso è però mobile e articolato: frutta rossa, violetta, pepe, mineralità soffusa…Anche il sorso è sapido e profondo, con acidità vigorosa ma ben integrata.
Non ho potuto assaggiare, perché esauriti da tempo, lo Chignin 2018 (jacquère) e lo Chignin-Bergeron 2017 (roussanne).
Spero di averti fatto venir voglia di assaggiare qualche vino della Savoia. I vini del domaine Céline Jacquet sono da poco distribuiti in Italia da L’Etiquette.
All’Ombra del Borgo, evento organizzato da Vinoway e Pro Loco Zumellese lo scorso weekend a Mel, nel cuore delle colline bellunesi, è stata dedicata una masterclass sui vitigni PIWI e una degustazione di vini ottenuti da queste varietà.
All’Ombra del Borgo
Noi di Vinocondiviso abbiamo parlato spesso di questi vitigni resistenti alle principali malattie fungine (PIWI è l’acronimo in tedesco) e continueremo a farlo. Speriamo soprattutto di poter proseguire a sottolinearne la versatilità e i costanti miglioramenti in termini di piacevolezza, eleganza e capacità di invecchiamento.
Già, perché prima di tutto quello che ci ha colpito di questi vitigni è il fantastico binomio: sostenibilità e qualità.
Nati in Germania, ben si adattano ai climi più freschi dell’alta collina e non a caso li troviamo principalmente in Alto Adige. Ma da alcuni anni i Vivai Rauscedo stanno dedicandosi alla selezione di vitigni resistenti che possano essere coltivati anche in zone più calde.
I vini in assaggio
Durante la masterclass abbiamo iniziato da due metodi charmat da Solaris (aziende Croda Rossa e Dorgnan) per arrivare al passito di Bronner di Werner Morandell di Lieselehof, passando per l’orange wine di Alessandro Sala di Nove Lune e assaggiando i due rossi di Terre di Ger.
Julian Morandell con il suo passito Sweet Claire
La grande sorpresa è stato Filippo de Martin, un ettaro di vigna tra Solaris e Bronner, 3.000 bottiglie, due etichette. Alla domanda, qualche giorno dopo, su Messenger: “PIWI, perché?” la risposta è stata quasi ovvia: “Perché mi permettono di esser super biologico e di produrre vino buono”. Vinificazione il meno invasiva possibile, macerazioni a freddo, uso di lieviti neutri in modo da preservare il più possibile le caratteristiche organolettiche del vitigno, utilizzo di solfiti limitato alla pressatura e al pre imbottigliamento in dosi minime.
I vini di Filippo de Martin
Stiamo degustando le sue prime bottiglie, ma c’è grande “stoffa”, sia nel suo Bronner (con un saldo di Solaris… “perché dovevo riempire la vasca”) che nel suo Solaris in purezza, che a noi di Vinocondiviso ha ricordato il Vino del Passo di Lieselehof, il primo PIWI mai assaggiato, quello che non scorderai mai, ottenuto da una vigna a 1.250 m sul passo della Mendola, in Alto Adige.
Last but not least, non possiamo non citare il Vin de la Neu, di Nicola Biasi, 1.000 metri di vigna a 1.000 metri di altezza, 100% Johanniter, un anno di affinamento in barrique e un ulteriore anno in bottiglia. C’è eleganza in tutto: nei profumi, nel grande equilibrio tra acidità e morbidezza, nella sua persistenza in bocca, nell’etichetta (che riprende le vette di montagna trentine) fino al tappo, dov’è riprodotto un fiocco di neve. Vi ritroviamo il fascino dei vini di montagna e l’abbagliante luce della neve.
Vin de la Neu
P.S.: vale sempre la pena sottolineare come i vitigni PIWI non sono OGM! Sono incroci, come Kerner, il Muller Thurgau, Incrocio Manzoni… Per ulteriori approfondimenti consigliamo di partire da questo link.
Andrea ci invia il resoconto di una bella visita presso l’azienda Deperu Holler. Ne avevamo parlato già grazie al bel post di Chiara, ma replichiamo volentieri!
Un’esperienza da fare: una visita con merenda da Carlo Deperu.
Capito un lunedì pomeriggio. Con solo due ore di preavviso. Carlo mi accoglie come un amico, andiamo in vigna con la cantina in mezzo, posto splendido, e lui chiede a Tatiana, sua moglie, qualcosa che non capisco ma capirò dopo…
In cantina assaggiamo da vasca il Prama Dorada 2018, 70% vermentino non macerato, moscato e malvasia macerati ed uniti alla massa del vermentino svinato. Vino “sveglio”, intenso, lievi note ossidative, bella cremosità. Dopo un assaggio di un vermentino fatto con uve di un suo amico, fresco ma un filo amaro, apriamo una bottiglia di Fria 2018, vermentino in purezza macerato 24 ore sulle bucce. Bel vino che spiega bene che il vermentino può essere ben diverso dal succo di ananas e mango che domina la Gallura e non solo. Floreale, sapido, pesche bianche…
Nel frattempo arriva Tatiana che annuncia di aver apparecchiato sul tavolo sotto la quercia, andiamo e troviamo vino, pecorino, favette, asparagi selvatici, pane carasau. Casualmente in macchina avevo una borsa frigo con una bottiglia di Champagne carte d’or di Pascal Mazet di sboccatura vecchiotta e un salame artigianale sardo. Apriamo tutto e comincia una merenda che si protrarrà dalle 17 alle 21. Arriva anche una famiglia tedesca di amici di Carlo. Apriamo anche il Familia 2017 (da uve muristellu o bovale sardo) bello fruttato, fresco, asciutto, beva “elettrica”.