Oggi ti parlo di un vino proveniente dalla più estesa denominazione del Rodano settentrionale: Crozes-Hermitage,
Con i suoi 1.500 ettari, Crozes-Hermitage non è certo la più prestigiosa zona del Rodano, ma è comunque capace di dare vini piacevoli (sia rossi da syrah, sia bianchi a base di marsanne e roussanne), non troppo impegnativi e spesso più agili e meno pretenziosi rispetto ai vini delle denominazioni limitrofe.
Crozes-Hermitage “Les Meysonniers” 2014 – M. Chapoutier
Rosso rubino chiaro il colore. Naso piuttosto elegante, quasi timidamente emergono, uno alla volta, sentori di frutta matura (susina, ciliegia), fiori freschi (violetta), un po’ di spezie (cannella), cioccolatino alla menta.
La bocca ha un buon volume ma senza eccessi, il sorso è composto, vibrante e succoso, con acidità funzionale ad equilibrare le morbidezze alcoliche e la dolce materia fruttata.
La chiusura è pulita, anche se manca di un po’ di lunghezza, ma la sapidità lascia la bocca piacevolmente saporita.
Potrei raccontarvi di decine di assaggi, in due giorni passati alla fiera Fivi di Piacenza, cose da dire ce ne sarebbero tantissime, ma sono sicura che in tanti l’hanno già fatto meglio di quanto potrei fare io.
FIVI 2018
Volti, voci e mani. Mani spesso indurite dal duro lavoro nei campi ed in cantina. Volti solari, a volte stanchi e voci emozionate ed orgogliose. Il vino si sa, non è solo qualcosa che si beve e ciò che mi ha emozionata di più in questa “due giorni” sono le storie di persone che in questi calici mettono la loro la vita. Spesso quello che beviamo è un concentrato del loro vissuto. Quindi sì, ho degustato storie e mi è piaciuto.
Quattro amici uniti da una passione comune, sveglia presto, scarpe comode e taccuini alla mano abbiamo percorso chilometri in questi corridoi alla ricerca di volti/vini noti e di qualche nuova scoperta, suggerita da amici o dalla nostra curiosità.
Entriamo tra i primi, puntiamo al fondo, primo obiettivo è lo stand Antico Castello, realtà dell’Irpinia a noi già nota ma che seguiamo con entusiasmo. Dietro al banco, Francesco sembra emozionato, siamo i primi e non vede l’ora di raccontare la storia della loro cantina centinaia di volte (ripassiamo domenica sera, vi assicuro quell’entusiasmo era ancora vivo). Etichette nuove, di grande impatto. Il loro Mida, Greco di Irpinia, li sta riempiendo di orgoglio e con gran ragione. I rossi sono un crescendo di eleganza ed espressività. Non vediamo l’ora di festeggiare il Natale con il loro Amarenico, mosto di Aglianico aromatizzato all’amarena.
Tappa da La Tosa, per onorare una cantina del luogo. Ho ben presente la loro Malvasia (la prima ad essere vinificata secca), Sorriso di cielo, nella cantina di mio papà non mancava mai. Mi ricorda l’infanzia, il racconto del signor Ferruccio scorre fluido; è tecnico, preparato ma mi perdo nelle sue mani nodose, dure. Mi chiedo quante vendemmie abbiano visto e quante ne vedranno. Penso: “siamo in buone mani”.
Non era una tappa prevista, ma le etichette catturano per la loro sensualità. Dietro il banco di Le Guaite di Noemi, proprio lei, Noemi: bella e decisa. Sta ritagliando le etichette con i nomi delle uve della sua terra che ha messo in esposizione insieme alle bottiglie. Fiera di essere donna vignaiola, ci accompagna in Valpolicella con Ripasso, Amarone ed una chicca, un taglio bordolese fatto con la tecnica dell’amarone. Viva il coraggio delle donne.
Riprendiamo il nostro programma, ancora in Campania, con il Castello delle Femmine. Peppe e sua moglie, coppia inossidabile, ci accolgo con i gesti lenti e sicuri di chi guida le proprie vigne da decenni. Sul tavolo un bellissimo book fotografico che racconta la loro storia e la loro famiglia. Hanno scommesso su vitigni autoctoni, quasi sconosciuti ed abbandonati: Pallagrello bianco, Pallagrello nero e Casavecchia. La scommessa è vinta.
Invoco la tappa svariate volte, finalmente mi accontentano, è Marta Valpiani. Avevo assaggiato il suo Albana e mi era parso sublime, avevo bisogno di una conferma e l’ho avuta. La loro descrizione sul biglietto da visita è “vignaiole artigiane romagnole” tanto basterebbe a conquistarmi (Albana a parte). Il loro straordinario tocco femminile è sulle etichette, sembrano decorazioni floreali di antiche porcellane. Marta indica Elisa seduta dietro il desk, le ha volute lei così. Brava Elisa.
Una tappa ci è parsa obbligata, elenchi chilometrici di produttori in tutte le regioni e poi il Molise, un solo rappresentante. Ci avviciniamo al banco, è affollato. Claudio Cipressi è pronto a difendere da solo la sua regione. Ci dice “gli altri miei colleghi non vogliono partecipare”, è un peccato. La Tintilia del Molise ci piace, non poco. Reclamiamo il Molise a gran voce alla prossima Fivi.
Trebotti, siamo in Tuscia, due simpatici ragazzi ci accolgono con gioia, si definiscono “giovani, indipendenti e bio”. Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal loro Violone. Mi piacciono le loro bottiglie che si distinguono subito, con bandane, chiuse con cera e con etichette oversize. L’occhio vuole la sua parte, soprattutto quando si parla di nicchie di mercato.
Lo stand di Agostino è vuoto, sulla tovaglia bianca solo le bottiglie e qualche biglietto da visita, sembra non essere a suo agio, ma la Calabria ci piace, soprattutto ci piace scoprire cose inedite, quindi l’Azienda Agricola Cerchiara è tappa obbligata. Scopriamo che per Agostino sono le prime vendemmie, le prime etichette e le prime fiere. Il suo racconto parla però di una storia lunga, quella del suo territorio che lui conosce bene. Assaggiamo la Lacrima, è schietta, morbida. Speriamo di sentire parlare ancora di questi vini anche fuori regione.
Seconda fermata in Calabria. I due ragazzi di Scala, a confronto con Agostino, sono dei veterani. Cirò è il loro fiore all’occhiello, un’etichetta che sembra arrivata da una drogheria del dopoguerra, è quella scelta dal nonno e non è mai stata cambiata. Mario Soldati in Vino al vino scriveva che per fare il vino buono ci vogliono tre generazioni, oggi ho capito cosa intendeva.
Concludiamo la nostra gita in Calabria da Santino Lucà. Il desk è ricoperto di bergamotto ed attira l’attenzione anche solo per il profumo. Finalmente assaggio il Greco di Bianco, un mito del quale avevo solo sentito parlare (il vino che in antica Grecia era riservato al vincitore delle Olimpiadi). Ma un capitolo a parte andrebbe dedicato al suo Marasà bianco (vitigni Mantonico e Guardavalle), per approfondire ne porto una bottiglia a casa. Lasciamo a Santino il biglietto da visita, a fine giornata ci ringrazia, eppure siamo solo alcune delle centinaia di facce viste in quella giornata. Grazie a te.
Al nord ci dedichiamo alla Valtellina, al Grumello di Gianatti Giorgio. Ho un debole per il Nebbiolo di montagna e qui la montagna si sente netta, fresca e nessun sentore di legno che prevarica.
Poi ci avviciniamo a dei nuovi volti della Valtellina, all’azienda Pizzo Coca. I due giovani produttori, barbe lunghe e look da giramondo, hanno portato decine di foto delle loro vigne e dei loro animali (api incluse). Le etichette sono giovani, divertenti e attirano l’attenzione. Questi ragazzi sono da tenere sott’occhio.
Ci rilassiamo concedendoci una bolla, la tappa è dall’amico Gigi Nembrini, di Corte Fusia, t-shirt brandizzata e sguardo divertito. Le sue bollicine cremose concludono degnamente la giornata.
Decidiamo di dedicarci alla Toscana il giorno seguente. La sveglia è più rilassata ma già in auto siamo colti dalla sottile euforia di chi sa che a breve scoprirà qualcosa di nuovo stringendo un calice in mano.
Podere le Cinciole, Valeria e Luca sembrava ci stessero aspettando, ci raccontano del loro Podere centenario. Hanno portato dei campioni di terreno per descrivere una mineralità che in bocca è piacevolmente netta. Contro tutti campanilismi, sono loro stessi a suggerirci un “vicino di casa”. Andiamo subito a provarlo. È Fabio Motta “viticultore a Bolgheri”, l’accento lo tradisce nel suo essere lombardo, ma il suo Bolgheri è madrelingua e si sente. Fabio si è innamorato di questa terra ancora mentre studiava agraria, non l’ha più lasciata.
Proseguiamo da Istine, bella scoperta del Chianti. Angela, produttrice e figlia del fondatore, sgranocchia cioccolata e dice: “è Pernigotti, l’ho comprato anche se non servirà a nulla, per salvare un’azienda italiana”. Sarebbe bastato questo per capire che il loro vino è buono e genuino. Ottimo anche il loro vermuth di Radda.
Concludiamo con uno dei due sardi presenti in fiera, è l’azienda agricola Berritta. Il signor Francesco è orgoglioso del suo Panzale, vitigno autoctono rarissimo, ha ragione Francesco, la sua evoluzione negli anni è straordinaria.
È giunto il tempo di tornare a casa, accompagnati dalla malinconia di quando finiscono le cose belle; ho con me diverse bottiglie, le ho prese perché quando le aprirò potrò riascoltare storie e rivedere volti.
Ultimamente ho come l’impressione che sui vini macerati, ancora di più sui veri e propri orange wine, si distinguano due categorie nette: chi li ama e chi li odia.
Io personalmente sono nella prima categoria; mi perdonerete quindi se, accompagnandovi in questo virtuale viaggio per l’Europa, potrei sembrare un po’ di parte.
Macerati d’Europa
4 calici, 4 nazione e 4 modi di interpretare uno stile. E chissà quanti altri ancora potremmo scoprirne.
Partiamo con un vino greco, dall’isola di Cefalonia per l’esattezza. Zakyntino in purezza che macera 1 mese sulle bucce e praticamente rimane nudo e crudo come natura l’ha voluto. L’enologa dell’azienda Petrakopoulos infatti, con pochissimi interventi in cantina, riesce a creare vini molto rappresentativi del territorio, insomma un vino fatto in vigna e non in cantina (per l’esattezza da antiche vigne prefillossera).
Può sembrare un po’ rude, ma è un vino genuino che ti dice chiaramente la sua. Il ventaglio olfattivo è straordinariamente ampio, come la succosità in bocca. Per goderselo tutto, consiglio di lasciarlo nel bicchiere e meditarlo, senza abbinare nulla.
Rientriamo temporaneamente in Italia, perché il Friuli da anni si distingue e fa parlare di sé. Fa parlare di sé anche la cantina Zidarich che con questa Vitoska 100% ci fa scoprire tutt’altro stile. Stesso tempo di permanenza sulle bucce rispetto al vino precedente, ma un risultato completamente diverso.
Ci troviamo di fronte a maggiore eleganza ed equilibrio in bocca, insomma un vino più domato nel suo carattere, con un bouquet ampio ma più raffinato.
Riprendiamo il cammino verso la Spagna, dove Costador propone Metamorphika sumoll – blanc brisat un macerato (imbottigliato in ceramica) da vigne di 700m slm.
Sempre un mese di macerazione ed uno stile naturale che lo rende un po’ rustico (sentori di zolfo in apertura inclusi), imprime sensazioni meno forti rispetto al vino greco ma non vira verso l’eleganza friulana.
Sicuramente non un vino anonimo.
Infine approdiamo in Francia nella cantina Dominique Andiran, nello Juraçon.
Il suo Vain de Rû, 100% Colombard, macera “solo” una settimana sulle bucce. Qui l’eleganza tutta francese si fa sentire, insieme a tracce olfattive più dolci che ritroviamo in bocca con un residuo zuccherino superiore rispetto ai precedenti vini.
L’acidità citrina solletica e diverte, lasciandolo nel bicchiere qualche minuto sorprende per un marcato sentore di zafferano.
Insomma, alla prossima cena proviamo a portare una bottiglia di questi vini anche a chi si schiera contro (magari alla cieca) non si sa mai che si riesca a fargli cambiare idea.
Oggi ti racconto della mia visita presso Le Due Terre, azienda vinicola dei Colli Orientali del Friuli, per l’esattezza a Prepotto, territorio d’elezione dello Schioppettino.
L’azienda è orgogliosamente artigiana: da sempre poco meno di 5 ettari, vitati a schioppettino, refosco, pinot nero, merlot, ribolla gialla e friulano.
La dimensione è quella ottimale per gestire il tutto in famiglia: Flavio Basilicata e la giovane figlia Cora seguono la parte enologica, mentre Silvana Forte, vulcanica moglie di Flavio, si occupa di vendite, amministrazione e tutte le mille incombenze che un’azienda familiare deve fronteggiare.
Un nome legato al terroir
Eh sì, perché le due terre sono l’argilla e la marna che si dividono specularmente lungo i due versanti del vigneto: la parte esposta a ovest ha argilla in profondità e marna in superficie ed è dedicata ai vitigni bianchi e al delicato pinot nero.
Il versante esposto a est, con argilla in superficie e marna in profondità, è dimora ideale per gli altri vitigni rossi (schioppettino, refosco e merlot).
Anche il marchio Sacrisassi, apposto sui pluripremiati Sacrisassi Bianco e Sacrisassi Rosso, non è un semplice nome di fantasia. Deriva infatti dai resti, rinvenuti in vigna, di una chiesa votiva del 1600 e dedicata ai Re Magi.
Le Due Terre, la gamma assaggiata
FCO Sacrisassi Bianco 2016 – Le Due Terre
Friulano e ribolla gialla in uvaggio per una vino che all’olfatto sorprende per una certa maturità di frutto (pesca, uva passa), il tutto è però accompagnato da una splendida mineralità.
La bocca è potente e vivace nella dinamica, cosa piuttosto rara in vini bianchi di questo profilo. Qui invece il passo è sicuro, di grande personalità e con un accattivante retrolfatto di roccia.
Chiusura profonda e lunga. Ancora giovane, ma grande vino senza alcun dubbio.
FCO Pinot Nero 2016 – Le Due Terre
Colore rubino trasparente e luminoso, naso goloso di ribes ed incenso.
Bocca tutt’altro che “passante” però…il vino non è solo beverino, ma anche stratificato e croccante, con un po’ di tannino a dar consistenza e sapore alla materia.
Chiusura pulita e sapida. Finalmente un pinot nero italiano (da cloni francesi e tedeschi) senza eccessi di dolcezza, ma anzi elegante e salato, speziato e gustoso.
FCO Sacrisassi Rosso 2016 – Le Due Terre
Da uve schioppettino e refosco raccolte e vinificate contestualmente. Naso molto bello di frutta scura, china, floreale rosso, pepe verde…
Bocca succosa e fruttata, con un tannino ad asciugare il sorso donando nel contempo una vibrante dinamica al palato. Gastronomico
Schioppettino 2014 – Le Due Terre
FCO Schioppettino 2014 – Le Due Terre
Vino che viene prodotto solo in poche annate e che forse in futuro vedremo uscire con più continuità. Dal mio punto di vista sarebbe un delitto non uscire con costanza con un vino monovitigno, dedicato al vitigno principe di Prepotto, lo schioppettino.
Ottenuto dalle vigne più vecchie di schioppettino, dopo circa due anni in legno, affina in vetro ulteriori tre anni prima della messa in commercio (ed infatti il vino degustato non è ancora uscito sul mercato).
Bellissima materia che si dipana tra aromi di pepe, frutta rossa matura, carnose rose rosse. Bocca saporita e, come in tutta la gamma, anche qui in chiusura torna potente una grande sapidità.
Epilogo
E’ stato per me un vero piacere toccare con mano la realtà de Le Due Terre e trovare conferma di ciò che si intuisce bevendo i loro vini: vini (e azienda) dalla personalità precisa e coerente, con un’idea forte alle spalle fatta di tradizione, rispetto del territorio e serietà, senza le furbizie e i maldestri eccessi comunicativi che ultimamente si vedono nel mondo del vino. Vini (ed azienda) che sanno investire nel lungo periodo e nella faticosa ma lungimirante ricerca di una notorietà che poggia sulla qualità, responsabilità e compostezza. A volte, il saper fare conta più del far sapere.
Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Chiara, appassionata degustatrice. Ti racconterà soprattutto di degustazioni, tra didattica ed edonismo. Questo è il suo primo post.
Storicamente vino passito dolce, legato alla cultura religiosa, il sagrantino conosce negli anni ‘70 una rinascita nella versione secca che lo porta alla ribalta nel panorama enologico italiano e non solo.
Tratti distintivi di questo vino sono: il frutto rosso maturo e corposo (ecco perché il passito 🧐) accompagnato in seconda battuta da una nota terrosa in alcuni casi riconducibile al tartufo bianco; naso speziato che, unito al buon livello alcolico, dà al naso una sensazione di pizzicore da peperoncino; tannino, tanto, ma modellato di volta in volta da annata e mano del produttore.
Sagrantino in degustazione
Alcuni spunti sui vini in degustazione
– Napolini 2012: il più “speak easy” dei vini in degustazione. Frutto rosso, tartufo e pizzicore etereo, in bocca poco corpo ed una persistenza con un’unica direzione balsamica. Il tannino è meno presente, rispetto agli altri vini, ma ancora acerbo.
– Colleallodole, Miliziade Antano 2012: stessa annata ma scelte del produttore completamente differenti che tracciano un solco tra questo vino ed il precedente. La non filtrazione dà al naso sentori più animali ma la vera differenza è in bocca; corpo pieno e rotondità che fa intuire una piena e perfetta maturazione del frutto in un’annata calda. Il tannino è più presente ma ingentilito dal corpo del vino.
– Adanti 2010: una versione più “internazionale” in cui è chiaramente percepibile l’uso del legno. La trama in bocca è più terrosa e qui il balsamico è sostituito da una nota di mandorla fresca (quella verde da sbucciare, per intendersi). Chiude con un finale leggermente amaricante.
– Ugolino 2009: torniamo ad una mano più naturale, un bel ventaglio olfattivo che si schiude in una nota di incenso. In bocca si percepisce maggiore freschezza. Ben equilibrato.
– Fongoli 2008: anche questa un’interpretazione più franca del terroir; lo spettro olfattivo è ampio e si percepisce una vena ferrosa, pecca di eleganza, per una quasi impercettibile nota di muffa, probabilmente dovuta all’annata fredda che dà infatti meno spazio al frutto. In bocca appaga maggiormente; fresco, balsamico ed un tannino potente ma ben integrato.
– Chiusa di Pannone, Antonelli 2004: un cru di Sagrantino, dà un visione più sofisticata del produttore, non a caso il principe della serata. Il frutto rosso evolve e lascia spazio a note di sottobosco e dattero. In bocca è pieno, balsamico ed equilibrato, perfettamente bilanciato. La persistenza è buona e ci riconduce alla sensazioni olfattive iniziali.
Il terreno da cui origina il vino ha, giustamente, un ruolo di primo piano nelle discussioni tra appassionati ed addetti ai lavori. Ma mai come nel caso dell’Alto Piemonte si può andare così indietro nel tempo: circa 300 milioni di anni fa, quando sulla Terra esisteva un solo continente chiamato Pangea, un vulcano, nell’attuale zona della Valsesia, è esploso eruttando un’immensa quantità di materiale e sprigionando un’energia pari a 250 bombe atomiche. Quando, 240-260 milioni di anni dopo, la collisione fra Europa e Africa ha portato alla formazione delle Alpi, nella zona in cui si trovava il vulcano, la parte di crosta terrestre è ruotata di 90 gradi: ciò ha reso possibile, caso unico al mondo, di poter analizzare, grazie alle moderne tecniche geocronologiche, un fossile di supervulcano nelle parti più profonde del suo sistema magmatico.
Il supervulcano e tutto ciò che ha lasciato mi accompagnano nella degustazione di cinque vini di cinque denominazioni diverse dell’Alto Piemonte: le 3 DOC Bramaterra, Boca e Lessona e le due DOCG, Gattinara e Ghemme. Comune denominatore dei vini della zona il nebbiolo, vitigno autoctono per eccellenza, che regala, nelle tre zone d’elezione (Langhe, Alto Piemonte, Valtellina) vini eccellenti, sempre fini, complessi, eleganti, da saper attendere.
Le DOCG e DOC dell’Alto Piemonte (Credits: VinoalTop)
Bramaterra 2013 – La Palazzina
Il primo vino degustato, annata 2013, è dell’azienda La Palazzina, nella zona di Bramaterra: nebbiolo 80% e il restante fra croatina, vespolina, uva rara (detta anche bonarda piemontese); il vino si presenta rosso rubino, con lievi riflessi granati, e in bocca l’iniziale nota di ciliegia e arancia rossa lascia spazio a sentori ferrosi e di liquirizia; la presenza di croatina regala al vino più struttura rispetto agli altri assaggiati in seguito mentre la vespolina conferisce una piacevole speziatura.
I suoli, con ph basso (capaci quindi di conferire una buona acidità al vino), sono costituiti da sabbie porfiriche di origine vulcanica, di colore rosso bruno.
Boca 2012 – Conti
Il secondo vino, annata 2012, è dell’azienda Conti, nella zona di Boca, che si trova proprio nella caldera del supervulcano; anche in questo vino troviamo oltre al nebbiolo una piccola percentuale fra vespolina e uva rara, le uniche ammesse da disciplinare. Questo vino si presenta elegante, con tannini più setosi del precedente, ma il passo e la trama in bocca fanno presagire un lungo futuro ad un vino che evolverà ulteriormente.
Il suolo roccioso vulcanico, è composto da argilla, sabbia, ciottoli di granito, porfido.
I seguenti tre vini sono ottenuti da nebbiolo in purezza (nella zona comunemente detto spanna) con inevitabili colori meno accesi (per tutti un rosso granato).
Lessona 2012 – Proprietà Sperino
Il terzo vino, sempre annata 2012, è della zona del Lessona, dove ha la sede l’azienda Proprietà Sperino; l’affinamento in tonneaux prima e successivamente in botti ovali da 15 hl conferiscono al vino un maggiore sentore tostato ed etereo.
Parlando di Lessona non si può non aprire una parentesi sulle Tenute Sella, un’azienda che vanta tre secoli di storia vitivinicola, in quanto la famiglia Sella, “a partire dalla fine del ‘600, decide di investire, in aggiunta all’attività prevalente nell’impresa tessile, anche in agricoltura. Nel 1671, Comino Sella acquisisce una vigna a Lessona, piccolo territorio vinicolo già allora e da secoli dedicato alla produzione di vini rossi di pregio, frutto di nobili terre e sabbie di un antico mare.” (Credits: Tenutesella.it)
Il suolo, con ph basso e acidità importanti, è costituito da sabbie marine di colore giallo aranciato, con sedimenti fluvioglaciali; è la zona che meno avverte la presenza del supervulcano.
Gattinara 2012 – Franchino
Con il quarto vino entriamo invece nel cuore del vulcano, a Gattinara, zona vitivinicola di antiche origini, in cui i vigneti furono impiantati dei Romani nel II secolo a.C ! “Un sorso di Gattinara. Purché vero, si intende, non chiedo di più!”, così scriveva Mario Soldati in uno dei suoi brevi racconti dedicati ai luoghi del Piemonte a lui cari.
Il sorso di Gattinara che abbiamo bevuto è dell’azienda Mauro Franchino, 100% nebbiolo, annata 2012: un vino dal carattere deciso con un tannino ancora da domare, da attendere con fiducia.
Il suolo porfido-roccioso, di origine vulcanica, è ricco di sali minerali di ferro che conferiscono il tipico colore rossiccio al terreno e regalano ai vini una grande struttura.
Ghemme 2012 “dei Mazzoni” – Mazzoni
L’ultimo vino, degustato nel formato magnum, annata 2012, è dell’azienda Mazzoni, zona di Ghemme; la nota accesa di frutta sottospirito è un po’ troppo spinta e lo penalizza ma permane una buona bevibilità. Resta il vino che meno mi ha colpito.
Suolo argilloso, di origine fluvioglaciale, ricco di minerali.
Alto Piemonte: i 5 vini degustati – Photo Credits: Vinodromo, la vineria in zona di Porta Romana a Milano che ha organizzato la serata
La degustazione è stata molto istruttiva con un livello medio di vini decisamente alto. Fa una certa impressione sapere che oggi, nella zona dell’Alto Piemonte, sono solo 700 gli ettari vitati mentre, ad inizio Novecento, erano ben 40.000! Una zona unica al mondo in cui però la vigna fu praticamente abbandonata in favore del miraggio dell’industria, in particolare di quella tessile. Recenti nuove iniziative ed investimenti in Alto Piemonte, a partire dall’acquisizione da parte di Roberto Conterno dell’azienda Nervi a Gattinara, fanno però ben sperare!
È da poco in libreria, edito da Giunti, “Il grande libro dei vini dolci d’Italia”, di Massimo Zanichelli, giornalista, degustatore professionista e documentarista.
Vini Dolci d’Italia – Massimo Zanichelli
Come già fatto nel suo precedente libro “Effervescenze, storie e interpreti di vini vivi”, Zanichelli non propone al lettore una guida o un semplice repertorio: emergono anche qui – nel racconto dei circa 350 vini citati – le individualità, la ricerca attenta sul campo e una narrazione mai leziosa.
In questa pubblicazione i vini sono classificati per colore in modo assolutamente inedito. Perché, come ci ricorda l’autore, “nessun vino ha l’ampiezza dei colori e lo spettro cromatico di quelli dolci”. Anzi, i vini dolci sono i più antichi e quelli che durano di più nel tempo.
Il lettore vieni accompagnato su e giù per l’Italia in un continuum geografico attraverso raggruppamenti tematici. In più arricchiscono il testo le etichette di ogni vino, più di 200 fotografie (la maggior parte delle quali scattate dall’autore) e una cinquantina di cartine.
Un libro sensoriale, colorato, trasversale. Dolce… e anche “non dolce”
Oggi ti racconto di un evento che, nonostante fosse tutto dedicato alle nobili bolle francesi dello Champagne, mi ha colpito particolarmente per le
bolle – forse meno blasonate ma di certo non meno interessanti – del Lambrusco di Sorbara Metodo Classico.
Hai capito bene, in un evento tutto dedicato alla Champagne come il Modena Champagne Experience, sono rimasto stregato dal lambrusco! 🙂
Ho infatti partecipato ad una interessante masterclass dedicata al Lambrusco di Sorbara vinificato con il méthode champenoise.
La degustazione era guidata dal giornalista Giorgio Melandri, dall’enologo e produttore Sandro Cavicchioli e dalla sommelier e ristoratrice Carol Agostini.
Le etichette in degustazione
Come sempre non mi perdo troppo in premesse se non per ricordare che nella famiglia dei lambruschi, il Sorbara ha particolari caratteristiche di eleganza e finezza oltre al classico corredo aromatico e alla verve acida che porta in dote il lambrusco più in generale.
Il terroir d’elezione del Sorbara è quel lembo di terra che si trova tra i fiumi Secchia e Panaro, in particolare la zona più vocata è quella, attorno a Sorbara appunto, dove i due fiumi si avvicinano sin quasi a sfiorarsi. Proprio da lì vengono le migliori versioni del Sorbara con quel caratteristico colore rosa tenue, evanescente, ma vivacissimo e luminoso.
Se piuttosto antiche sono le rifermentazioni “ancestrali” senza sboccatura – l’anidride carbonica che si creava in rifermentazione veniva sfruttata come conservante naturale -molto più recente è il tentativo, che la masterclass voleva sottolineare, di vinificare il Sorbara secondo i dettami del metodo champenoise.
Di seguito i vini degustati e, in foto, le sfumature di colore che il nostro Lambrusco di Sorbara può regalarci.
i colori del Sorbara
Lambrusco di Sorbara Spumante Pas Dosé 2013 – Gavioli
Un metodo classico vinificato in bianco che affina 36 mesi sui lieviti.
Il naso è di fiori dolci ed agrumi, il tutto abbracciato da una chiara mineralità.
Bollicina molto fitta e fine, bocca di grande eleganza e ottima freschezza che giova alla beva.
La chiusura è sapida con un retrolfatto di agrumi.
Peccato per il leggero amaricante in chiusura, che lascia una sensazione di “crudezza”, ma il vino è convincente.
Bella sorpresa.
Lambrusco di Sorbara “Elettra” Spumante Brut Rosé – Villa di Corlo
Spumante vinificato in rosato e non millesimato, di recente sboccatura (che avviene dopo oltre due anni di affinamento).
Al naso le fragoline di bosco sono molto invitanti ma il vino evolve bene con l’ossigeno. Un tocco di ossidazione accompagna lo svolgersi olfattivo tra note speziate (noce moscata), fiori appassiti e karkadè.
La bocca è sorprendentemente articolata e gustosa grazie ad un continuo rincorrersi di sale e acidità.
Intrigante
Rosé Brut Metodo Classico 2014 – Quintopasso
Azienda spin off della famiglia Chiarli (la quinta generazione, appunto) tutta dedicata ai Metodo Classico.
Il colore del vino è rosa tenue (buccia di cipolla), naso che parte polveroso ma si pulisce rapidamente lasciando uscire soprattutto della frutta rossa ben matura (lamponi).
Se l’olfatto è essenziale ma accattivante la bocca non è per nulla accondiscendente: dritta ed energica, verticale e vibrante, senza alcuna concessione alle dolcezze.
Anche in questo caso un leggero amaricante chiude un po’ bruscamente l’allungo in bocca.
Di personalità
Lambrusco di Sorbara Spumante “Ring Adora” 2015 – Podere il Saliceto
Di questo metodo classico da uve Sorbara ti ho già parlato qualche tempo fa, anche se era il millesimo 2014.
Che dire di più: vino sempre molto intrigante con un naso decisamente minerale (calcare), ad arricchire il quadro però anche i fruttini rossi, le roselline, spezie in formazione.
Il perlage è nobile: sottile e persistente, fitto e fine, vivace ed esuberante.
Bocca verticale, con sale e acidità da vendere, ma chiusura pulita senza sbavature.
Raffinato
Rosé del Cristo 2014 – Cavicchioli
Mineralità molto netta per un naso piuttosto austero.
Il sorso in ingresso è di grande freschezza acida subito però compensata da una certa morbidezza.
Chiusura tersa e salata, di ottima lunghezza.
Essenziale ma necessario
Si dice che l’energia, la dinamica, l’esuberanza del lambrusco abbiano già conquistato i futuristi.
Ora non resta che attendere che da vino futurista il lambrusco diventi vino del futuro!
Vi capita mai di assaggiare un vino che vi colpisce così tanto da volerne non solo comprare un cartone ma di aver voglia di vedere la vigna da dove nasce?
Con i vini che piacciono molto può succedere e quando finalmente cammini fra i filari di quelle vigne accompagnata dal produttore – custode, l’emozione è forte e ti resta stampata nel cuore.
Per me è stato così con Monfumo, un ettaro e mezzo di terreno particolarmente vocato nelle colline di Asolo, provincia di Treviso, di proprietà dell’azienda Bele Casel, gestita da Danilo Ferraro con i figli Luca e Paola.
Colfondo
Monfumo: vecchia vigna
Si tratta di un vigneto di oltre 80 anni, con aspre pendenze, dove accanto alla glera si trovano altre varietà locali (perera, bianchetta, marzemina bianca, rabbiosa), e dove tutto il lavoro deve essere rigorosamente fatto manualmente.
Si respira fatica e passione fra quei filari, così vecchi e così vivi, e lo si legge negli occhi orgogliosi di Luca.
glera
Dalla vigna di Monfumo nasce ColFóndo: vino frizzante rifermentato in bottiglia senza sboccatura, dove dentro c’è tutta la tradizione locale, mentre fuori, l’etichetta, con il suo gioco di parole “a testa in giù” è pronta a catturare l’interesse anche del neofita.
L’affascinante mondo dei vini frizzanti prodotti con la fermentazione naturale, infatti, è al centro di un rinnovato interesse, dopo troppi anni di oblio; personalmente ho scoperto questi vini attraverso le pagine e le presentazioni con degustazione del libro di Massimo Zanichelli “Effervescenze”, un racconto corale di bollicine rurali dal Veneto fino all’Oltrepò Pavese, che vi consiglio.
Ho assaggiati molti vini di questa tipologia, molti presenti nel libro, molti scovati in giro per fiere; alcuni mi sono piaciuti, altri meno: quello di Bele Casel resta #ilmiocolfondo.
Il vostro qual é?
Qualche suggerimento:
vi consiglio al prossimo link questo bel video-riassunto della storia di Bele Casel;
l’azienda Bele Casel produce, oltre al Colfondo anche l’Asolo Prosecco Extra Brut Superiore DOCG e la versione Extra Dry, che ho bevuto per la prima volta da loro in cantina; quest’ultimo è il Prosecco sicuramente più facile, immediato, ma assolutamente piacevole;
se andate a trovarli, fatevi portare in giro con la loro storica Fiat 500;
non dimenticate, prima o dopo la visita in cantina, di passeggiare nel bellissimo borgo di Asolo.
Oggi ti racconto di una degustazione di schiava molto didattica. La schiava – o vernatsch come si dice in Alto Adige, terre d’elezione del vitigno – dà origine a vini spesso semplici, beverini e succosi, con poco tannino e piacevoli compagni della tavola. Alcuni vini però, soprattutto se ottenuti da vigne vecchie, hanno mostrato oltre ad eleganza e golosità anche una complessità in parte inattesa.
Alcune delle migliori Schiava tra quelle degustate
La degustazione è stata possibile grazie alla cortese ospitalità dell’enoteca La Sala del Vino, locale di recentissima apertura a Milano.
Ecco il resoconto di quanto bevuto:
Amadeus Rosè Alpino – Lieselhof
Naso molto floreale (rosa), seguito dalla frutta rossa matura. Semplice ma pulito e lineare.
Bocca agile, persino esile con alcol che, nonostante sia nominalmente basso, pizzica in chiusura.
Piacevole
Südtiroler DOC Vernatsch Alte Reben 2017 – Glögglhof (Franz Gojer)
Uno dei migliori vini della serata. Olfatto di viola e fragole, bocca di bella dinamica, fresca e leggera ma profonda e saporita.
Molto convincente
Kalterersee Classico Superiore “Quintessenz” 2017 – Kaltern
Inutile girarci intorno: vino deludente. Chiuso al naso, poco espressivo ed amarognolo in bocca.
Poco generoso
Lago di Caldaro Classico Superiore “der Keil” 2017 – Manincor
Olfatto essenziale di frutta rossa e mandorle tostate.
La bocca risulta poco dinamica, piuttosto rapida nello sviluppo e dal finale amaricante.
Si può dare di più
Alto Adige Vernatsch “Fass Nr. 9” 2017 – Girlan
Naso di una bella floralità con un tocco di gelatina alle fragole.
Bocca fruttata, di una certa morbidezza, salata la chiusura su ritorni amandorlati.
Rassicurante
Amadeus 2016 – Lieselhof
Vino di impostazione lineare e scorrevole, dal naso dolce e floreale, al sorso beverino e amandorlato.
Schietto
Südtirol DOC Vernatsch Mediaevum 2017 – Gump Hof (Markus Prackwieser)
Naso articolato e complesso di fiori appassiti, lampone maturo, rosa canina.
Bocca di buon volume e sviluppo con la sapidità ad accompagnare la deglutizione e retrolfatto coerente con quanto percepito all’olfatto.
Intrigante
Elda – Nusserhof (Heinrich Mayr)
Vino che non riporta l’annata uscendo come vino da tavola e che sorprende tutti i degustatori.
Ottenuto da un vigneto con viti di 80 anni: in prevalenza schiava (rari e antichi cloni di vernatsch) ma a completare, in “complantation”, anche un circa 15% altri vitigni quali lagrein, teroldego, blatterle e altri…
Nel bicchiere il vino si stacca dagli altri per qualità ed originalità.
Olfatto di sangue, ferro, erbe aromatiche, carne cruda, sottobosco, rose rosse,
mineralità scura… La bocca è stratificata, di volume ed allungo, lo sviluppo segue un percorso tridimensionale che lascia il cavo orale succoso e soddisfatto.
Fuoriclasse
St. Magdalener 2016 – Thurnhof (Andreas Berger)
Vino in prevalenza di schiava con lagrein a completare l’uvaggio.
Naso di piccoli frutti rossi, semplice ma intrigante.
La bocca è però piatta ed in chiusura amarognola.
Da riassaggiare
Vernatsch “Morit” 2015 – Loacker
Vino (o bottiglia?) preso in ostaggio da acetica fuori controllo.
Imbevibile
Vernatsch von Alten Reben “Upupa Rot” 2014 – Weingut Abraham
L’annata complicata non aiuta certo questo vino di cui avevo sentito parlare molto bene ma che non avevo mai assaggiato.
Purtroppo il naso è quello di un vino eccessivamente “lavorato”: vaniglia, rossetto, caffè coprono il varietale della schiava (in questo vino vi è anche un piccola percentuale di pinot nero). La bocca di contro è vuota e corta anche se il finale è piacevolmente sapido.
Da riprovare (magari un altro millesimo)
La panoramica è stata molto interessante e ha permesso di assaggiare vini non sempre di facile reperibilità fuori dall’Alto Adige.
La schiava si conferma vitigno piacevole e gourmet: il tannino molto sottile e il corpo mediamente magro rendono questo vino adatto a vinificazioni in sottrazione, senza la necessità di cercare struttura o complessità con lavorazioni in cantina o in vigna che rischiano di essere anzi controproducenti.
Nelle migliori versioni, soprattutto in caso di vigne vecchie (le “vere” Alte Reben), il vino acquisisce un’articolazione ed una dinamica degne di nota, con l’Elda di Nusserhof una spanna sopra tutti.