Con l’avvicinarsi delle bella stagione i vini bianchi francesi, ed in particolare quelli della Loira, diventano compagni inseparabili. O almeno io la vedo così!
Stasera ho stappato un vino ottenuto da chenin blanc veramente convincente. Si tratta del Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme.
Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme
Il vino al naso è un tripudio di mineralità e frutta acidula, direi una spremuta di agrumi e roccia, fiori e sale. Il sorso è in ingresso appena rotondo ma subito sferzato dalla spina acido/sapida del vino che avviluppa il cavo orale e spegne immediatamente la sensazione morbida appena accennata, fornendo anzi al vino una sua austera profondità. La mineralità torna prepotente nel retrolfatto lasciando la bocca succosa e saporita. Grande vino dedicato a … tutti quelli che dicono che la mineralità non esiste e non si può percepire visto che le rocce ed i sali non odorano!
Che in Franciacorta sappiano fare sistema ed utilizzare tutte le leve di marketing non è una novità. Le oltre 15 milioni di bottiglie vendute ogni anno sono lì a dimostrarlo.
L’operazione “Solouva” però sembra un progetto di più ampio respiro e che lancia un vero e proprio guanto di sfida allo Champagne. Ma in cosa consiste questo metodo?
Dal punto di vista tecnico solouva è un metodo con il quale vengono prodotti vini a rifermentazione in bottiglia senza la consueta aggiunta di zucchero di canna per provocare la seconda fermentazione e per dosare il vino dopo la sboccatura. Al posto del saccarosio (zucchero di canna o barbabietola) viene utilizzato il mosto delle stesse uve, ricco, in modo naturale, di zucchero.
Insomma, visto che in Franciacorta, a differenza che in Champagne, la maturazione fenolica delle uve viene raggiunta più facilmente (per questioni climatiche essenzialmente) perché raccogliere uve poco mature con acidità elevate e poi aggiungere lo zucchero a compensare? Raccogliere uva con un grado di maturazione fenolica maggiore ed aggiungere il mosto della stessa vendemmia per far partire la fermentazione in bottiglie ed, eventualmente, per il dosage sembra insomma l’uovo di Colombo.
méthode champenoise vs. metodo solouva
A maturità fenologica, l’uva, oltre che ad essere ricca di zucchero, sviluppa i composti fenolici del vino, in altre parole, degli elementi che donano al vino i suoi colore, profumo e consistenza. Solo in questa fase le uve riescono ad esprimere le caratteristiche della propria varietà e soprattutto della propria provenienza. Insomma, in questo modo (assenza di zuccheri esogeni) la territorialità dovrebbe essere maggiormente rispettata.
Quest’anno sono oltre mezzo milione le bottiglie di Franciacorta Docg “tirate” con il metodo senza zuccheri esogeni, o più semplicemente “solouva”, il processo di vinificazione applicabile ai vini a rifermentazione in bottiglia (metodo classico) che utilizza solo zucchero auto-prodotto (mosto delle stesse uve) in tutte le fasi di vinificazione.
Come sempre al bicchiere l’ardua sentenza! E non appena avrò modo di assaggiare una di queste bottiglie te lo relazionerò qui in un post ad hoc, prometto… 🙂
Alcune domande rimangono al momento senza risposta:
maturità fenolica dell’uva = maggior equilibrio e territorialità. Ma come la mettiamo con l’acidità? I nuovi Franciacorta avranno l’acidità sufficiente senza “aiutini”? Insomma se eliminiamo lo zucchero esogeno non è che poi saremo costretti ad aggiungere qualcosa di peggio?
come reagiranno i consumatori che sono stati abituati a metodi classico con acidità importanti, spesso non integrate, ma di certo non “ricchi e maturi”?
cosa dirà la critica?
Che se ne parli è già di per sé un primo grande successo dell’iniziativa!
Vuoi sapere le cantine che ad oggi producono “solouva”? Eccole:
Se ne parla spesso, probabilmente troppo, quasi sempre a sproposito. Sto parlando del concetto di bevibilità. Ma cosa si intende con questa espressione sempre più à la page tra gli appassionati di vino?
Il problema comincia proprio dalla definizione di bevibilità. A volte la bevibilità viene contrapposta al concetto di complessità del vino. La connotazione è quindi piuttosto negativa, ci sono i vini seri, complessi, degni di essere degustati ed i vini da scampagnata, disimpegnati e sempliciotti che berresti a garganella…
Oggi ci riflettevo mentre sorseggiavo, in occasione di un festeggiamento in famiglia, due vini piuttosto diversi tra loro ma che come punto in comune avevano proprio il concetto di bevibilità. Bevibilità a cui però io fornisco un’accezione del tutto positiva: i vini bevibili sono quelli che non ti stancano, che bevi a pasto più volentieri dell’acqua, che ti lasciano la bocca saporita, salata e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Sono l’opposto dei vini solo muscolari, solo strutturati e concentrati, marmellatosi di cui a fatica finisci un bicchiere e che spesso risultano del tutto inabbinabili al cibo.
Ti chiederai quali vini hanno scatenato in me queste profonde riflessioni! 🙂
Eccoli:
Champagne Brut Grande Reserve s.a. – André Clouet
Ci troviamo a Bouzy nella parte meridionale della Montagna di Reims, 9 ettari di vigneto tutti classificati Grand Cru, 100% di pinot noir. Si tratta di un blanc des noirs didattico: frutta rossa non troppo matura, un tocco di agrume e mineralità ben presente, il sorso è saporito, dissetante e ficcante con una chiusura salata che invoglia immediatamente ad un nuovo assaggio. Stiamo parlando di un vino “base” a casa Clouet ma che di basico non ha nulla. Chapeau!
Rosso di Valtellina Olé 2014 – Dirupi
100% nebbiolo per un vino dichiaratamente “primario”, i cui profumi floreali e fruttati vividi e freschi riportano al profumo del mosto e del vino nella sua infanzia. Il vino fa solo acciaio ed è pensato per un consumo quotidiano, non si tratta però di un vino banale, anzi la freschezza, la leggiadria ed il corpo piuttosto esile coesistono con una personalità ed un’eleganza senza pari. Olé!
MötZiflon significa “canto degli uccelli” ed è la collina dove Francesco Brigatti produce il suo omonimo Colline Novaresi. L’uvaggio è il tradizionale della zona: nebbiolo, vespolina e uva rara. Il Colline Novaresi “MötZiflon” 2013 – Francesco Brigatti si presenta in una veste rubino acceso, l’olfatto è molto accattivante di fiori dolci, fruttini rossi aciduli (lampone e ribes), persino mela rossa acerba, un tocco mentolato e una spolverata di pepe bianco. La bocca attacca acida e fresca, come il nebbiolo del nord piemonte deve essere, si distende quindi accompagnata da un tannino virile e ancora da smussare. Il cavo orale resta però succoso e solo appena “vuoto” nello sviluppo, come se mancasse di un quid di polpa. La chiusura è pulita e saporita.
Non ci siamo proprio! Da un artigiano del vino, mito di Francia, o meglio di Loira, ti aspetti un sauvignon blanc che ti faccia dimenticare le versioni italiche quasi sempre vegetali e accompagnate da sentori di pipì di gatto o bosso che dir si voglia. D’altra parte assaggiato innumerevoli volte, soprattutto il Monts Damnés (anche di altri produttori), il vino lo ricordo minerale ed agrumato (mandarino e pompelmo rosa!) di un’eleganza esemplare.Ed invece oggi devo stroncare il SancerreGrande Côte 2011 – Pascal Cotat, ottenuto in questa vendemmia non facile da 1 ettaro di un ripido vigneto di 60 anni esposto a nord. L’olfatto è invaso da sentori poco aggraziati di mou, burro e altre grassezze e dolcezze assortite. Cerco invano l’agrume, i fiori e frutti bianchi che ricordavo e che sono, evidentemente, completamente sovrastati. Neppure una nota linfatica ad alleggerire il quadro.
La bocca è decisamente poco coerente con quanto sentito al naso e si presenta prepotentemente acida e limonosa ma senza grazia né profondità. In chiusura torna, a sorpresa, la dolcezza.
78/100
In conclusione, se vuoi provare un grande Sancerre, cerca pure Pascal Cotat ma non in questa annata e, di preferenza, scegli il Monts Damnés.
Oggi ti voglio parlare di un vino piuttosto conosciuto ma che mi ha sorpreso, l’ho trovato in gran forma insomma! Si tratta forse del vino simbolo dell’azienda vitivinicola Rizzi:
Il vino ha un bellissimo colore rubino chiaro senza sbavature e di grande luminosità. Il naso colpisce subito con lampone e fiori appassiti, le spezie sono ancora in formazione; il vino insomma appare ancora giovane, aperto e solare. La bocca è piacevolmente calda, di buon volume con tannino ancora croccante. L’acidità ben compensa una certa dolcezza di frutto.
Bellissima scoperta ieri quando ieri, al ristorante, mi sono imbattuto in questo vino bianco umbro: Brucisco Bianco 2013 – Cantina Marco Merli. Siamo nei pressi di Perugia, frazione Casa del Diavolo, dove nasce questo vino da un blend di 3 vitigni: trebbiano, grechetto, malvasia. Il vino gravita nell’orbita dei cosiddetti vini naturali, interventi in vigna limitatissimi e fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. Il naso si presenta piuttosto animale, soprattutto appena versato. Poi il pollaio lascia il posto allo zolfo, all’oliva verde, ai fiori ed al fieno. Il sorso è appagante, agile e salino, la progressione in bocca delicata ma pungente.
Grande personalità e cantina da seguire con attenzione.
Grande successo per La Ravioleria di Via Paolo Sarpi a Milano. Uno street food di qualità in piena Chinatown e, per di più, di fronte alla mitica Cantine Isola, la migliore enoteca con mescita della città!
Ravioli alle verdure
Ma cos’è questa ravioleria che sta riscuotendo tutto questo successo ed è ormai sulla bocca di tutto il web?
Si tratta di un laboratorio fronte strada che, a vista, prepara e, volendo, cuoce – sbollentati pochi minuti in acqua – degli splendidi ravioli.
La pulizia, la qualità delle materie prime (la carne viene dalla macelleria a fianco, la storica ed italianissima macelleria Sirtori) accompagnata da prezzi commoventi distinguono il locale dagli altri numerosi esercizi commerciali della zona. E la clientela – spesso in fila di fronte al negozietto – ne certifica il successo.
I ravioli disponibili sono, al momento, di tre tipologie: ravioli manzo e porro, maiale e verza oppure di sole verdure. Ne ho presi 8 per tipo (freschi e cotti a casa) e dopo ripetuti assaggi non riesco a fare una classifica. Buonissimi sia quelli alle verdure che i saporiti manzo e porro, ma anche quelli al maiale e verza non scherzano!
Ci sei già stato? Se sei a Milano non farti sfuggire l’occasione, prima che sia troppo tardi! Anche se credo e spero che la qualità resterà a lungo alta e che il successo non cambi troppo la formula. In zona già si notano altri negozi gastronomici cinesi che cercano di andare nella stessa direzione della pulizia e della scelta di materie prime fresche e di qualità. Imitazione virtuosa, una volta tanto!
Damijan Podversic, allievo di Gravner, è uno dei più interessanti rappresentanti dei cosiddetti orange wines del Collio goriziano (siamo vicinissimi al confine con la Slovenia). I vini bianchi di Damijan sono tutti macerati e quindi assumono una tonalità ambrata e vivace molto accattivante.
La filosofia dell’azienda è decisamente non interventista, quindi lieviti indigeni ed in generale grande rispetto per la terra (il diserbo è meccanico ed in vigna si usa solo rame e zolfo).
Venezia Giulia IGT Ribolla Gialla 2010 – Damijan Podversic
Oggi ho stappato la Ribolla Gialla 2010 di Damijan Podversic. Il naso decisamente accattivante e complesso: timo, zenzero, macchia mediterranea, chiglia di nave, frutta gialla (albicocca) disidratata. La bocca ha calore e volume, gli manca forse la dinamica delle annate migliori (la 2010 da queste parti non è stata un’annata felice). La chiusura è piuttosto rapida ma “appoggiata” su una grande sapidità.
Oggi avevo voglia di un vino spensierato ma non banale, agile ma anche articolato nella dinamica. In cantina lo sguardo è caduto sul Rossese di Dolcecqua 2012 di Terre Bianche. Questo per l’esattezza 🙂 :
Il vino lo ricordavo più semplice al naso invece qualche anno in cantina gli ha fatto bene! Sentori di geranio, ribes, macchia mediterranea rendono il vino fin da subito accattivante, ma poi arriva anche una mineralità scura, un cenno di dattero, spezie in formazione…in bocca è fin dall’ingresso furiosamente sapido, il frutto bilancia bene e accompagna il sorso sostenuto da ottimo nerbo acido. Chiude sapido e piacevolmente amaricante con un alcol che pizzica appena. Grande riuscita per questo vino “base” che, a differenza del cru Bricco Arcagna, fa solo acciaio.
89/100
Complimenti a quel Filippo Rondelli che è senz’altro uno dei fari dell’antica, ma solo di recente “riscoperta” e rilanciata, denominazione.