Secondo la legislazione vigente in Borgogna dagli anni trenta dello scorso secolo, questo vino sarebbe alla base della piramide gerarchica che suddivide il territorio in tre livelli; saranno i suoli delle vecchie vigne a Volnay, sarà l’annata, sarà la mano esperta di Jean Pierre Charlot, insieme a Etienne Chaix, ma questo vino si stacca nettamente dalla base la cui appellation in etichetta lo vorrebbe relegare, alzando lo sguardo verso denominazioni di superiore talento, come alcune parcelle ‘Villages’ della stessa Volnay, e persino blasonati cru della Côte de Nuits più delicata.
È proprio la delicatezza il filo conduttore di questo vino: al naso la fanno da padrone piccoli frutti rossi e spezie chiare, in bocca però il sorso si fa più ampio e fa capolino il tannino a ricordarci che stiamo sempre degustando un vino rosso (accanto ad un pollo ruspante ottimamente arrostito).
“Morgonner: avere le caratteristiche di Morgon. L’originalità di Morgon risiede nei suoi aromi di kirsch, frutta a nocciolo matura (ciliegia, prugna, anche albicocca…), acquavite di frutta e spezie che non si trovano in nessun altro cru del Beaujolais.”
Facciamo un passo indietro: noi di Vinocondiviso abbiamo un debole per il Beaujolais, tante volte ne abbiamo parlato e soprattutto degustato; sicuramente l’uscita, lo scorso anno, di un libro ad esso completamente dedicato, a firma di Armando Castagno, ha colmato la mancanza di una letteratura in merito in lingua italiana. Nel capitolo dedicato alla AOC Morgon Castagno parla di “morgonner” (pagina 125), facendo riferimento a “quei vini che ne ricalcano, pur essendo altro, il carattere (è un privilegio dei grandi vini: in Italia non conosciamo alternative a “baroleggiare”).”
Abbiamo quindi recuperato il Morgon 2018 di Terres Dorées (la 40esima vendemmia di J.P. Brun, il produttore) per iniziare a comprendere … i meriti del Morgon per farsi verbo. Gamay in purezza da vigne ad alberello di oltre 50 anni di età, a pieno titolo quindi “vielles vignes”, viene vinificato secondo lo stile borgognone: nessuna macerazione carbonica, fermentazione tradizionale e affinamento in piecés.
Già versandolo, il vino esprime simpatia e voglia di convivialità. Al naso e poi in bocca ampie note vinose subito seguite da frutta scura, un pizzico di datteri e spezie, il sorso è vistoso, un po’ ruspante e sornione, che pensiamo siano i tratti caratteristici anche del vigneron, almeno guardando il suo volto sorridente nelle immagini che troviamo on line. Sicuramente lontano per caratteristiche dai più famosi Morgon di Lapierre e Foillard, soprattutto in termini di finezza e profondità gustativa, questo Morgon non smentisce, di contro, l’ottima fama di Brun, che con i suoi 40 ettari circa sparsi nel Beaujolais riesce sempre a tradurre, nel calice, le espressioni dei diversi cru in cui possiede le vigne.
Chiosa finale: abbiamo voluto abbinare, questo vino ad un quadro di Piet Mondrian, “Mulino di sera” … chissà se morgoneggia anche lui.
Non è raro che su queste pagine si parli di vitigni autoctoni poco conosciuti o riscoperti solo in tempi recenti. Per esempio abbiamo parlato dello schioppettino, salvato miracolosamente dall’estinzione.
Restiamo in Friuli per parlare del tazzelenghe, vitigno originario dei Colli Orientali del Friuli la cui area di produzione rimane circoscritta in pochi ettari tra Buttrio, Manzano, Rosazzo e Cividale del Friuli.
Il nome del vitigno dice già molto di questa varietà dall’identità ben precisa: il vino che se ne ricava infatti è spesso vigoroso e caratterizzato da durezze, ovvero acidità e tannini, in grande risalto. Un vitigno letteralmente “taglia lingua” insomma (dal friulano tacelenghe). Nella sua zona di elezione il tazzelenghe è caratterizzato da un germogliamento ritardato, a evitare possibili gelate, e dall’allungamento del ciclo vegetativo, tipicamente viene infatti vendemmiato ad ottobre.
Non è così semplice trovarne esempi vinificati in purezza, spesso infatti per smussarne le durezze si decide di accompagnarlo a vitigni più morbidi. È così con grande interesse che abbiamo degustato la versione di Tazzelenghe in purezza della famiglia Casella.
Friuli Colli Orientali Tazzelenghe 2015 – Casella
Come detto il vino è ottenuto da tazzelenghe in purezza, vendemmiato ben maturo ed elevato per 24 mesi in barrique.
Rosso rubino compatto dai riflessi bluastri il colore. Olfatto dapprima sul frutto (more di rovo), ma il vino non sta mai fermo e poi arrivano in successione la viola, il cacao, l’inchiostro ed un tocco di vegetale piccantezza (pepe verde).
Il sorso in ingresso è caratterizzato da acidità guizzante ben integrata nella materia fruttata, il legno piccolo di affinamento non segna il vino (che sia anche un vitigno mangia legno oltre che taglia lingua?). Lo sviluppo gustativo ha ottima dinamica, il vino è divertente, mai seduto o ingombrante, la struttura è piuttosto robusta ma la beva non ne risente. In chiusura il tannino si avverte fitto e vellutato. Chiude su ritorni di frutti di bosco e buona sapidità.
Plus: vitigno addomesticato senza eccessi legnosi o mollezze da surmaturazione, sembra avere parecchi anni davanti a sé.
Puligny Montrachet è la terra dei bianchi migliori al mondo. Situato nella Côte de Beaune, il vino proveniente da questo villaggio rivolto a oriente sorge nella luce avvolgendosi nel mistero. È espressione di una ragione superiore e di un’armonia apollinea, e allo stesso modo scaturisce da un istinto e da una creatività dionisiaca. Non esiste luogo più luminoso per il vino, tuttavia se da un lato la sua luce raggiunge e irradia il cuore, dall’altro il segreto di tanta bellezza si sottrae alla nostra consapevolezza e preferisce rimanere nascosto in una memoria antica.
Gli uomini più fortunati possono solo attingere a questa ebbrezza sublime, cercando di rielaborarla senza per forza riuscire a rivelarne l’arcano. E anche se nel mio cammino non ho ancora incontrato le leggende del Montrachet o dei suoi vicini Grand Cru più illustri, una sera la fortuna mi ha portato a fare esperienza di tre dei Premier Cru di Puligny Montrachet, interpretati da alcuni tra i produttori più abili e consapevoli.
Paul Pernot, Premier Cru Champ Canet – Clos de la Jacquelotte 2015: A confine con Meursault, dove il rinomatissimo Premier Cru Les Perrières prosegue verso Puligny cambiando nome in Champ Canet, si trova un piccolo lieu-dit, situato più in alto rispetto al blocco principale: è qua che Paul Pernot crea il suo vino, rivendicandolo con il nome Clos de la Jacquelotte. Il colore è giallo paglierino scarico ma scintillante, al naso si concentra su profumi floreali di gelsomino e mughetto, poi una nota iodata, mandorla e un leggero sentore di bacca di vaniglia. In bocca divampa una bellissima freschezza dissetante, inizia con l’acidità, termina con la sapidità, nel complesso un vino teso, dritto e persistente.
François Carillon, Premier cru Les Folatières 2015: il climat più ampio di Puligny Montrachet, letteralmente significa “luogo abitato da spiritelli”, l’interpretazione di questo vino proviene da una famiglia di vigneron ormai giunta alla sedicesima generazione. Colore giallo dorato, il vino presenta una buona consistenza, il naso mi ricorda l’estate: gli aromi riecheggiano i fiori di campo, la pesca gialla matura, il miele, l’orzo; è goloso e caldo, con un leggero sentore tropicale di mango. Il sorso è fresco e sapido con la stessa intensità e mostra un grande equilibrio, ma l’allungo finale non raggiunge la profondità del Clos de la Jaquelotte, che tra parentesi è costato un 30% in meno.
Domaine Leflaive, Premier Cru Les Pucelles 2015: il famigerato domaine possiede ben 3 ettari su 6,76 di questo climat, il cui nome significa “le vergini”. Si trova in un luogo fortunatissimo, accanto al Bâtard Montrachet e al Bienvenue Bâtard Montrachet, e avendo studiato la sua conformità e posizione sui libri, non avrei mai immaginato un vino tanto affilato e aggraziato allo stesso tempo. Siamo in una zona bassa e argillosa, e se i Grand Cru confinanti sono rinomati per la loro ampiezza, estroversione e muscolosità, da un Premier Cru della zona limitrofa mi sarei aspettato un risultato simile, magari un vino più pesante, soprattutto in un’annata calda e generosa. Al contrario, come un lampo ecco che si rivela la magia inaspettata di questo luogo: giallo paglierino lieve, quasi verdolino e brillante, appena stappato emerge al naso una nota di incenso, che poi sfuma per lasciare spazio a una serie di aromi per nulla banali, come la lavanda, il chinotto e la mandorla amara. Al palato un’acidità tagliente, che dà ritmo e incisività a un sorso tutt’altro che ruffiano. Non a caso l’interprete di questa bottiglia è uno dei domaine più prestigiosi di tutto il mondo: Leflaive. Un’annata difficile questa 2015, che vide la scomparsa di Anne Claude Leflaive proprio in primavera. Com’è stato possibile imbottigliare così tanta bellezza nonostante l’incolmabile perdita? E che impatto avrà sul vino il cambio di direzione aziendale avvenuto negli ultimi anni? Tutti segreti di cui non ci è dato conoscerne la risposta. L’unica cosa che so è che il risultato di questa 2015 è straordinario, e mi piace pensare che il passaggio su questa terra di certe personalità carismatiche lasci sempre un insegnamento, un’impronta, un messaggio che nemmeno la morte può cancellare.
Erano mesi che sentivo dire, da fonti affidabili e generalmente in linea con le mie preferenze enologiche, che Maxim Magnon era uno dei produttori naturali più interessanti di Francia. Ed ecco che, avvistato in un bistrot francese, non me lo sono lasciato scappare!
Borgognone di nascita e di studi, dopo formative esperienze in affiancamento a personaggi quali Didier Barral and Jean Foillard, Maxim acquista nel 2002 alcune vecchie vigne quasi abbandonate in Languedoc. L’azienda è biologica e biodinamica e attualmente gli ettari vitati sono 11, tutte vigne ad alberello di oltre 50 anni di età e su terreni scistosi e calcarei, spesso dalle pendenze rilevanti. Diversamente da altri produttori naturali i vini del domaine rivendicano in etichetta l’AOC di appartenenza, Corbières.
Corbières AOC “La Bégou” 2017 – Maxim Magnon
Il vino è ottenuto da un blend di tre uve: 50% grenache gris, 35% grenache blanc, 15% carignan gris. Fermenta in legno e affina 10 mesi in barrique esauste.
Paglierino con riflessi oro, naso di frutta bianca (pera acerba), fiori di campo, mineralità rocciosa ma sottile, scorza di agrumi.
Bocca di grande intensità, saporita, potente, di buona freschezza e allungo sapido, senza alcun eccesso alcolico.
Chiude di grande lunghezza e sapidità su ritorni agrumati e minerali.
Plus: vino di personalità e precisione, nei vini naturali le due cose possono andare a braccetto, anche se non sempre succede. Soprattutto sul vino bianco mi aspettavo qualche eccesso alcolico o una certa grassezza da contenere e invece il vino, pur nella sua solarità, resta equilibrato e ficcante. Toccherà mettersi alla ricerca dei suoi vini rossi!
C’era una volta un pilota di aeroplani, che un bel giorno planò leggero su un luogo speciale.
Un posto chiamato Cerbaiona, a Montalcino, più precisamente sul versante nord-est, dove il galestro e la sabbia abbondano nel terreno e lo rendono perfetto per il sangiovese. È lì che Diego Molinari assieme alla moglie Nora crearono la loro azienda, coltivando dagli anni Settanta un appezzamento di appena 3,2 ettari, del quale 1,7 dedicato al Brunello.
Brunello di Montalcino 2008 – Cerbaiona
Con lo scorrere del tempo, e dopo aver mostrato al mondo la sua magia, Diego volò via da questa terra, ma prima di farlo vendette la sua amata Cerbaiona nel 2015 a un gruppo di investitori americani, affinché il frutto del suo lavoro continuasse a vivere anche dopo di lui.
Chi nella vita terrena ha fatto grandi cose, lascia ai posteri l’opportunità di farsi rivivere attraverso le proprie opere. E così, in una serata avvolta da un velo di dolce nostalgia, ho incontrato la magia creata da Diego Molinari negli anni in cui lavorava attivamente in vigna e in cantina.
Dopo aver tolto via la polvere dalla bottiglia di Brunello di Montalcino trovata in cantina, affondo il verme nel sughero, tiro su con decisione e delicatezza il tappo ancora perfettamente integro e verso il vino nel calice, lasciando effondere nell’aria i vapori di questa 2008.
Subito un caldo aroma di amarena matura, una nota ematica, un fiore carnoso. E poi il profumo di sottobosco, di cuoio, di resina di pino e tartufo nero.
La sensazione è quella di addentrarsi nella boscaglia una giornata autunnale, con il sole che penetra tra i rami.
Un vino nella sua piena maturità, ma allo stesso tempo vivace e desideroso di mostrarsi in tutta la sua bellezza.
L’assaggio comprova questa energia che al naso si cela appena dietro un certo candore autunnale e decadente: un’acidità prorompente si riversa in bocca ad ogni sorso con ampiezza e slancio, ritmato da un tannino raffinatissimo, che lo rende potente e aggraziato allo stesso tempo. Un vino raro, cupo e vitale, unico come l’occasione di berne una bottiglia, la manifestazione immortale di un gesto d’amore.
L’Albariño di Pazo Señorans, in particolare questo Selección de Añada 2010, è una cuvée speciale prodotta solo nelle migliori annate (il base, ottimo ma più semplice, esce tutti gli anni).
Colore ancora di estrema gioventù, luminosissimo giallo-verde, naso straordinario che spazia dal lime, alla mandorla, allo zenzero, al tè verde, a note di fieno fresco tagliato, roccia, brezza dell’oceano galiziano. Bocca sapida, anzi salmastra, cesellata, di una precisione e freschezza invidiabili con ancora tanta vita davanti, beva pazzesca, a mio modesto avviso il più grande bianco di Spagna (insieme al Cepas Vellas di Do Ferreiro ma non in tutte le annate e al Vina Tondonia blanco di Lopez de Heredia, ma ormai introvabile) e mi permetto di dire senza esagerare tra i più grandi bianchi del mondo ad un prezzo ancora davvero commovente.
Abbinamento d’elezione coquillages galiziane quali capesante, berberechos, cannolicchi, tartufi di mare, granchi e chi più ne ha più ne metta. Indimenticabile.
Capita che vitigni storici ed importanti per interi territori vengano dimenticati o, più di frequente, vengano mortificati da scelte sbagliate di produttori che ne compromettono quasi irrimediabilmente la fama e la reputazione. Qualcosa del genere è successo anche al refosco dal peduncolo rosso, il più nobile vitigno della grande famiglia dei refoschi (re dei foschi, dei vini scuri, per l’appunto).
Il refosco era, fin dal 1300, la varietà più citata nei testi agronomici del Friuli Venezia Giulia, insieme alla ribolla gialla per quanto riguarda le bacche bianche. Ed è stato per secoli il vino delle grandi occasioni, grazie alla complessità aromatica che portava in dote unitamente ad una materia ricca ed elegante. A partire dagli anni 60 e 70 però, a causa di scelte sbagliate in vigna (cimatura che rendeva la maturità fenolica più difficile da raggiungere), in cantina (vinificazione in acciaio e quindi in riduzione), e presso i vivaisti (che hanno propagato genetiche più produttive ma meno interessanti aromaticamente), il vino ottenuto da questa splendida varietà ha perso spessore e blasone dando troppo spesso origine a vini anonimi, dall’acidità slegata e da tannini verdi e sgraziati.
Vignai da Duline, di cui abbiamo già parlato in passato, ha fin dalla sua origine cercato di dare nuova linfa a questo vitigno grazie a vigne piuttosto vecchie e composte da antichi cloni di refosco dal peduncolo rosso. Nasce così Morus Nigra che abbiamo avuto l’occasione di degustare grazie ad una masterclass organizzata nell’ambito del Mercato dei Vini FIVI che si è tenuto qualche settimana fa a Piacenza.
Ecco le cinque annate che abbiamo assaggiato e che hanno dimostrato, senza alcuna eccezione, una straordinaria capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo (nel bicchiere ma anche a ritroso, man mano che le bottiglie si facevano più vecchie). Il Morus Nigra è ottenuto da fermentazione spontanea di refosco dal peduncolo rosso, macerazione di circa 40 giorni in funzione dall’annata, malolattica e affinamento in barrique per oltre 10 mesi.
Morus Nigra 2019: rosso rubino impenetrabile, primo naso di fiori rossi e prugna, seguono poi erbe officinali e spezie (cannella). Bocca intensa, di gran volume ma con alcol assolutamente sotto controllo, la morbidezza complessiva rende il sorso piacevole e integra alla perfezione l’acidità vivace. Chiude sapido e di grande persistenza fruttata. Nelle ultime annate, complice il riscaldamento climatico, la vinificazione avviene, in parte, a grappolo intero (15%-20% di uve non diraspate). Fresco e maturo insieme.
Morus Nigra 2014: in questa annata complicata la macerazione si è protratta per ben 48 giorni. Il vino al colore appare ancora giovanissimo, il naso però è molto diverso dal precedente: sono le spezie in primo piano, accompagnate dai fiori rossi (rose e peonie), in secondo piano dei gustosi lamponi schiacciati e la confettura di more. La bocca è meravigliosamente risolta, soave, succosa e sapida. Chiude su una lunga persistenza minerale. Vino molto buono ed in fase di beva. Power is nothing without control.
Morus Nigra 2010: viole fresche, confettura di amarena, menta, cardamomo, moka… Sorso ampio e carezzevole in ingresso, si allarga nello sviluppo sostenuto da un’acidità che fornisce dinamica e supporta la beva. Chiude su tannini soffici e sapidi. Vino che dà l’impressione di essere in metamorfosi tra la fase giovanile più floreale e fruttata e la senilità dei profumi terziari. Panta rei.
Morus Nigra 2004: ecco che troviamo, a oltre 17 anni dalla vendemmia, un vino che appare all’apice (si badi bene, non in declino!). Peonia e cioccolato fondente, frutti rossi disidratati e cannella, persino una splendida brezza marina coccolano l’olfatto. Sorso di grande integrità, persino compatto, la progressione è verticale e profonda e di grande sapidità. La consapevolezza dell’età adulta.
Morus Nigra 2003: annata che tutti ricordiamo come particolarmente difficile a causa del calore eccessivo e delle modestissime escursioni termiche, il vino che ne risulta è ancora molto sul frutto, non così articolato, sullo sfondo fanno capolino i sentori speziati e floreali. La bocca però è piuttosto integra, dal tannino vigoroso e saporito. Il vino sembra ancora alla ricerca di un suo assetto e lontano dall’essere compiuto. Si avverte però ancora margine di evoluzione e potenziale. Ai posteri l’ardua sentenza.
La decima edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti era particolarmente attesa, visto che nel 2020 non si era potuta tenere a causa della pandemia. La paziente attesa è stata ripagata da una grande affluenza di produttori espositori (oltre 600) e di visitatori, in gran parte appassionati e operatori del settore.
Organizzazione e logistica
Spesso gli eventi vinosi peccano in organizzazione e logistica, soprattutto se l’affluenza è considerevole. Non è stato il caso di questo evento. Piacenza Expo è risultata una location sufficientemente ampia – anche nei parcheggi – e ben collegata con un servizio di navette efficiente e puntuale che faceva spola tra la fiera e la stazione dei treni. Su quest’ultimo punto suggerirei ai promotori di Modena Champagne Experience una chiacchierata con i colleghi FIVI perché decisamente siamo su un altro pianeta… L’inevitabile coda all’apertura dei cancelli, nonostante la verifica del Green Pass, è stata smaltita in un tempo ragionevole e all’interno dei padiglioni si riusciva a passeggiare con una certa tranquillità. Persino lo spazio dedicato al ristoro mi è sembrato ben dimensionato e, soprattutto, di qualità.
Assaggi
In un’evento del genere è impossibile assaggiare tutto, ovviamente, e per questo ho deciso di dedicarmi ai produttori che frequento con meno costanza o che non conoscevo. La serendipità negli assaggi è anche agevolata dalla mancanza di un ordine preciso dei banchetti: i produttori non sono dislocati per denominazione o area geografica, capita così che mentre degusti un Chianti ti cada l’occhio sul banchetto vicino di un produttore pugliese o sardo che magari non conoscevi.
Di seguito quindi, senza un ordine particolare, un cenno ai vini che mi hanno più colpito.
Partiamo dal Valtellina Superiore Grumello 2015 di Gianatti Giorgio con un color melograno chiarissimo, con un naso delicato ma frastagliato come un ricamo, suadente e profondo, un vino d’altri tempi. Decisamente convincente il Chianti Classico Riserva Levigne 2013 di Istine di gran frutto e spessore, migliorerà ancora. Il Vin Santo Albarola Val di Nure di Barattieri si conferma tra i migliori vini passiti italiani, ho assaggiato i millesimi 2008 e 2010, con una leggera preferenza per il 2008, ma sono gusti individuali che nulla tolgono all’emozione derivante dall’assaggio di questo nettare di malvasia di Candia aromatica che sosta 10 anni in caratelli (alcuni dei quali del 1800!). Da segnalare il Grignolino del Monferrato Casalese Bestia Grama 2020 di BES, un grignolino comme il faut speziato e spigliato, floreale e beverino, sapidissimo in chiusura, bravi! Il Chianti Classico Riserva 2016 I Fabbri è ancora giovane ma già estroverso con ribes, alloro, viole e terra smossa al naso, la bocca è intensa, ampia, succosa e lunga dal tannino perfettamente estratto. Il vino bianco che più mi ha colpito nella manifestazione è di un’azienda biodinamica toscana, si tratta di Le Verzure che con il loro BiancoAugusto 2019, trebbiano e malvasia macerati e affinati in anfore di terracotta, danno vita ad un vino complesso e preciso, goloso e mediterraneo, elegante e “proporzionato”. Chiudiamo con un altro vino bianco, l’Amforéas 2020 di Marco Ludovico da uve trebbiano allevate in provincia di Taranto e macerate quattro mesi in anfora, il vino risulta saporito e di personalità ma rigoroso e fine.
Ci sarebbero stati molti altri vini da assaggiare e raccontare ma ho terminato gli assaggi per partecipare ad una masterclass dedicata ad un vitigno friulano “in verticale”, ma ne parleremo in un prossimo post!
Podere Sabbioni è un’interessante realtà marchigiana della provincia di Macerata che dedica molte energie al rilancio del vitigno maceratino, più conosciuto come ribona. Il vino, che ho assaggiato ad un evento, mi è sembrato di interesse per la sua spigliatezza in un quadro di levità ed eleganza. Paglierino con riflessi oro antico il colore. Olfatto sul frutto bianco (pesca), erbe aromatiche e scorza di agrumi, anche candita. L’ingresso in bocca è guidato da una piacevole morbidezza con un’acidità che, pur senza essere prorompente, accompagna lo sviluppo verso una chiusura con ritorni di frutta bianca e sale. Vino semplice e ben fatto, accattivante e dal prezzo centrato (circa 10 €).
Venezia Giulia IGT Schioppettino “La Duline” 2018 – Vignai da Duline
In Friuli ci sono due modi quasi opposti di interpretare lo schioppettino: da una parte chi cerca potenza e morbidezze, magari grazie alla parziale surmaturazione delle uve, dall’altra chi invece predilige eleganza e serbevolezza con interpretazioni meno appariscente e più eleganti. Quest’ultima è la strada scelta da Vignai da Duline che propongono un vino ricamato e di grande beva. Colore rosso rubino chiaro. Al naso geranio, pepe verde, more di rovo e, a bicchiere fermo, un cenno di incenso. Il sorso è agile. La gradazione alcolica contenuta (12,5%) e l’acidità vivace rendono la progressione del vino dinamica e profonda. Tannini vellutati e chiusura sapida su ritorni di radice di liquirizia.
Chianti DOCG “Ati” 2019 – Podere Ortica
Podere Ortica è un’azienda biologica che si trova in provincia di Arezzo. Il vino degustato è ottenuto dal vigneto Montegonzi, posto a 550 metri sul livello del mare in cui convivono sangiovese, colorino e canaiolo. Fermentazioni spontanee in acciaio e successivo affinamento in cemento per un Chianti di grande scorrevolezza e personalità. Al naso viole, arancia, terra smossa e sangue. Bocca molto fresca e succosa, per un vino dalla gradazione alcolica contenuta (12,5%) e che risulta saporito e gustoso ma anche intenso e “fitto”.
Lazio Rosso IGT “Lago” 2020 – Podere Puellae
Azienda di recentissima costituzione di cui anche sul web si parla molto poco, questa 2020 dovrebbe essere la loro prima vendemmia. Podere Puellae si trova a pochi chilometri dal Lago di Bolsena e il vino in assaggio è ottenuto da grechetto rosso, vitigno decisamente poco diffuso. Il colore è un bel rubino chiaro, l’olfatto si articola tra pot-pourri, prugna e spezie in formazione (chiodo di garofano). Bocca di ottimo equilibrio, forse un po’ rapida nello sviluppo, ma disinvolta e vivace. In chiusura il tannino è energico e fitto, saporito e croccante. Qualche anno di bottiglia sicuramente gioveranno ad un vino che già ora è però intrigante e originale. Abbinamento d’elezione con uno spezzatino di manzo ai funghi porcini.