Mamoiada: luogo del cuore

La passione per il vino ti porta anche ad eleggere luoghi del cuore, territori dove torni con regolarità e che in qualche modo senti che ti “appartengono”. Tra i miei luoghi del cuore, insieme a Dolceacqua, un posto speciale è riservato a Mamoiada.

A Mamoiada sono quattro anni che ci vado almeno per un paio di giorni a luglio, e anche quest’anno non ho fatto eccezione.

Quest’anno è stata come sempre una bellissima visita, un sentirsi a casa, un cogliere lo spirito di chi fa il vino di Mamoiada. A Mamoiada il vino è parte integrante della cultura e della comunità locale. È in forte crescita il desiderio di renderlo sempre più parte della vita del paese, integrando l’identità locale con quella del vino locale.

Quando torno a Mamoiada rivedo amici come Piergraziano Sanna, Marco Canneddu, Francesco Cadinu, Simone Sedilesu, i quali, aiutato dall’indispensabile Andrea Cosseddu, frequento dall’inizio. Con loro più che degustare, si chiacchiera, si discute e….si condivide! Sì perché io viaggio sempre armato di borsa frigo e bottiglie 😊

Quest’anno ho rivisto con piacere anche Giovanni Ladu, Giovanni Sedilesu, Francesco Cisco Mulargiu, Mario Golosio ed ho incontrato produttori che non conoscevo, come Giorgio Gaia, dell’azienda Vinzas Altas, e Pietro Fadda della cantina Mussennore.

Ho assaggiato qualche vino? Certamente!

Il Cannonau rosato è una tipologia abbastanza nuova, ed il vitigno si presta a differenti interpretazioni:

il Maria Pettena della Cantina Sannas è un vino di struttura, di fruttini rossi, di freschezza viva, complesso e intenso; lo Zibbo rosato della Cantina Canneddu è un vino di intensità di frutto, dolcezza e freschezza insieme, grande densità e spessore; il S’Ena Manna di Giovanni Ladu è un rosato decisamente asciutto, fresco, sapido, fruttato leggero e molto minerale; il rosato Mussennore è un vino di grande finezza, floreale, anche lui di bella sapidità e freschezza.

Tra i rossi tante prove di botte, qualcosa da bottiglia, qualità sempre alta. Non avendo preso appunti potrei sbagliare qualche annata, o anche dimenticare qualche assaggio, mi perdoneranno gli amici vignaioli.

Il cannonau di Mamoiada, pur nelle differenti interpretazioni, gode di alcune caratteristiche condivise, come i sentori di macchia mediterranea, mirto, elicriso, un’acidità che poco cede alle morbidezze e mineralità di terra salmastra. A Mamoiada stanno iniziando a puntare molto sulla vinificazione per cru, areale, vigna, chiamatela come volete, loro la chiamano Ghirada.

Cantina Sannas di Piergraziano Sanna fa un cannonau di gran carattere, il Bobotti, anche nelle versioni + e ++, selezioni di vigna e cantina. Ho bevuto il Bobotti 2017, vino dal cuore grande, sensazioni di polpa di frutta e di macchia mediterranea, ricco in bocca con sufficiente acidità e sapidità da lasciare la bocca freschissima.

Da Marco Canneddu di Cantina Canneddu ho assaggiato lo Zimò 2020, cannonau da vigne giovani vinificato in acciaio. Vino che nasce per essere immediato, non impegnativo, profumi dolci e speziati, bocca fresca, allegra, goduriosa. Un vino da beva spensierata. Lo Zibbo 2019, affinato in legno grande, è un cannonau austero, balsamico, con note radicose che si ritrovano in un sorso arricchito da tannini fini e acidità notevole.

Vigna Cantina Canneddu

La Cantina VikeVike di Simone Sedilesu è una tappa obbligata ogni anno, da lui ho assaggiato la granazza, il bianco autoctono di Mamoiada di cui Simone fa una versione tutta giocata su freschezza e leggerezza, note balsamiche e fruttate, sapido e dolce. Poi il cannonau Ghirada Fittiloghe 2019 vino elegante, frutta rossa e bacche sarde, una bella struttura al sorso, balsamico e fresco. La riserva 2017 di cannonau è un vino importante, di notevole impatto, profumi di spezie, di terra calda, di frutta matura. Una carica tannica notevole ed in evoluzione verso la rotondità. Chiusura balsamica e lunga. Da aspettare ancora un po’. Qualche assaggio da botte, ad esempio il Ghirada Garaunele 2020 che fa insieme con Andrea Cosseddu, poi il suo Ghirada Fittiloghe 2020, entrambi molto ricchi, di bella struttura, troppo presto perché si esprimano appieno.

Il S’Ena Manna 2019 di Giovanni Ladu è un vino netto, preciso, quasi affilato, ricco di sensazioni erbacee e terrose. Con un po’ di tempo in bottiglia evolverà in ampiezza e profondità. Giovanni mi ha fatto assaggiare una prova di botte di granazza, microproduzione di qualche decina di bottiglie, ma direi che non sia ancora pronta…

La cantina di Giorgio Gaia e di Piercarlo Sotgiu, suo socio, ha appena cambiato nome, ora si chiama Vinzas Artas. Da loro ho assaggiato il Nigheddu 2019, cannonau classico, di buona freschezza, frutti neri e spezia, di struttura agile ma con un ampio impatto in bocca, buona lunghezza, beva asciutta. Poi il Ghirada Sa Lahana 2019, vino di bella ricchezza, profumi intensi di erbe aromatiche, di frutti scuri, balsamici. Assaggiati da botte i 2020, Ghirada Garaunele e Ghirada Garaunele 1920 da vigne centenarie, vini di grande intensità, ancora da farsi, con il vecchie vigne (1920) bello espressivo e ampio, con le premesse per un vino di grande equilibrio. Assaggiata da botte anche una chicca del 2019, un cannonau d’altri tempi, con 16° ed ancora residuo zuccherino ma con un’intensità fruttata, balsamica, speziata veramente notevole. Non lo imbottiglieranno perché temono non sia stabile, ma il vino è buonissimo!

Ghirada Sa Lahana 2019 – Vinzas Artas

Il cannonau Mussennore 2019 è decisamente giovane, profumi verdi si alternano a frutti rossi e speziature lievi. Vino decisamente sapido però con tannini ancora un po’ acerbi. Ho appuntamento con Pietro Fadda per i prossimi anni per seguirne l’evoluzione, per me sarà molto positiva.

Cosa vuoi, non andare a mangiare un boccone da Taipu, il ristorante di Cisco Mulargiu? Approfittando anche per assaggiare da vasca il suo Ghirada Malarthana 2019, che quando andrà in bottiglia forse sarà composto, per adesso è intenso ma un po’ sconnesso, succoso, buona acidità, il vino c’è, deve solo comporsi e distendersi.

L’ultimo evento di questa due giorni è stata una specie di jam session da Andrea Cosseddu all’enoteca La Rossa, punto di riferimento del vino di Mamoiada. Stavamo facendo una tranquilla merenda a base di salame piemontese e pecorino sardo, con un paio di vini portati da me, ed un assaggio del cannonau che porta il suo nome e che produce in collaborazione con Simone Sedilesu. Pian piano la tavolata si è allargata, sono arrivati Francesco Cadinu dell’omonima cantina, Melchiorre Paddeu della cantina Merzeoro, Salvatore Mele della Cantina Antonio Mele, è apparso anche Francesco Sedilesu, il deus ex machina del vino mamoiadino. Assaggia qui, assaggia là abbiamo aperto altre bottiglie del 2019. Difficile ricordare tutto, ma si è confermata la qualità alta, con qualche vino troppo giovane, ancora da comporsi. I vini dovrebbero essere stati: Perdas Longas di Francesco Cadinu; Vinera di Antonio Mele; Mamuthone della cantina  Giuseppe Sedilesu; Teularju Ghirada OcruArana, Merzeoro Ghirada Badu Orane.

Cannonau Su Hastru e su Orvu 2019 – Andrea Cosseddu

Torniamo all’inizio, io amo questo territorio quasi quanto amo il territorio del Dolceacqua, che è la mia terra d’origine, il Ponente Ligure. Vedo tante affinità, areale piccolo, produttori piuttosto uniti e solidali, identità forte, tanto forte da meritarsi una Denominazione d’Origine, cosa che è riuscita a Dolceacqua e che dovrebbe, secondo me, essere l’obiettivo principale di Mamoiada. L’identificazione di vino per cru, che a Dolceacqua si chiama Nomeranza ed a Mamoiada Ghirada, ha un valore enorme, ma ha un senso solamente nell’ambito di una DOC ben definita, limitata geograficamente. Nella DOC Cannonau di Sardegna non c’è alcun senso per i vini di Mamoiada, che sono eccellenti, ma che hanno bisogno di vedere riconosciuta la propria identità.

Andrea D’Agostino

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Assaggi d’agosto (capitolo 1)

Questo post vuole essere il primo capitolo di una serie che raccolga gli assaggi estivi, i bicchieri più significativi degustati durante il mese d’agosto.

Alsace “Complantation” 2018 – Marcel Deiss

Partiamo con un vino d’Alsazia, un vino di Marcel Deiss, produttore di riferimento della sua zona e di cui su queste pagine si è già parlato in passato ad esempio qui oppure qui. È il vino bianco di ingresso, dunque non certo il più ambizioso, ma che vuole, secondo l’idea del produttore, rappresentare al meglio il territorio alsaziano. Ottenuto, come dichiarato fin dall’etichetta in complantation (raccolta e vinificazione contemporanea di diversi vitigni piantati nella stessa vigna) da moltissime uve: pinot blanc, riesling, pinot gris, pinot noir, muscat a petit grains, gewürztraminer, sylvaner, pinot auxerrois, pinot beurot, muscat bianco e rosa d’Alsazia e chasselas rosa…

Si presenta giallo paglierino con riflessi verde-oro; naso intrigante di pesca bianca, pompelmo rosa, erbe aromatiche e roccia spaccata. Bocca secca ma anche “trattenuta”, poco articolata, ne risente lo sviluppo che è guidato da una sensazione amaricante che ricorda la buccia del pompelmo. Tale sensazione in chiusura risulta persino accentuata dalla grande sapidità in fin di bocca. Vino che non si esprime al meglio insomma, almeno in questa fase.

Valpolicella Classico Saseti 2020 – Monte Dall’Ora

Che buono invece il Valpolicella di Monte Dall’Ora! Rubino chiarissimo di grande luminosità. Olfatto di ribes e melograno, arancia rossa e pepe verde, il tutto avviluppato da un’elegante scia vegetale. Sorso fresco e vibrante, di grande mutevolezza e stratificazione pur in un contesto agile e scorrevole. La bocca è succosa, percorsa da acidità elettrica e dissetante. Chiusura sapida e pulita per un vino che sarà fantastico e versatile compagno a tavola.

Diego Mutarelli
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Arbois Trousseau La Vigne du Louis 2017 – Michel Gahier

Di Michel Gahier e del suo Arbois Le Clousot abbiamo già parlato tempo fa. Ci torniamo sopra per raccontare di un’altra etichella, La Vigne du Louis 2017.

Arbois Trousseau La Vigne du Louis 2017 – Michel Gahier

Avvertenza: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un vino molto spontaneo, libero da rigidi protocolli di vinificazione, grazie ad un manico artigiano che ha voglia di rischiare non utilizzando solforosa in pre-imbottigliamento e lasciando la fermentazione libera di svolgersi senza utilizzo di lieviti selezionati.

Nel vino si ritrova questa schiettezza che però non diventa mai anarchia e non pregiudica la piacevolezza complessiva della bevuta.

Il vino è di un rosso rubino chiaro che stantuffa senza sosta note olfattive molto complesse e anche “dissonanti” tra loro in qualche modo: corteccia e fragole, arancia rossa e geranio, cassis e grafite, il tutto avviluppato da un’intrigante nota sulfurea e affumicata.

In bocca il vino ha una leggera carbonica che tende a sparire dopo qualche minuto di permanenza nel bicchiere. Il sorso è agile, con i suoi 12,5% di alcol, percorso da un’acidità succosa che ricorda il gusto di un succo di arancia (rossa), il tannino è risolto, la progressione supportata da una polpa fruttata che dà equilibrio. Il vino risulta beverino, per nulla severo, neppure nella chiusura che è solo appena amaricante. Buona lunghezza su ritorni di arancia rossa ed un tocca animale.

Plus: ancora una volta nei vini di Michel Gahier si ritrova una libertà espressiva che però non diventa mai ingovernabile e anzi mantiene il vino in equilibrio: disinvolto, gustoso e allo stesso tempo cerebrale.

Diego Mutarelli
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Bollicine, Jura e…calci di rigore

Per esorcizzare i calci di rigore della fase finale degli Europei di Calcio non c’è nulla di meglio di occupare gusto e olfatto con il nostro amato “liquido odoroso” (cit.). Sempre con un occhio alla televisione, naturalmente.

E così tra un gol e una parata ecco cosa abbiamo bevuto:

Franciacorta Satèn Riserva Brut 2014 – Corte Fusia

L’Italia scende in campo fuoricasa, di fronte alle bollicine più nobili di Francia, ma senza alcun complesso di inferiorità. Il calice è giallo dorato con riflessi verde oro, il perlage è sottile e continuo. Naso molto giocato sull’eleganza, palleggio semplice, senza strappi o colpi da fuoriclasse, ma molto efficace: fiori, zucchero a velo, agrumi, qualche nota di panificazione. La bollicina accarezza il palato con delicatezza e costanza, il sorso è gustoso, morbido con acidità ben integrata che accompagna il vino verso un finale sapido e lungo.

Champagne blanc de blancs “Grand Bouquet” 2014 – Vazart Coquart

Giallo paglierino con riflessi oro. Olfatto minerale (calcare, gesso), fiori bianchi, mela verde … nessun cedimento alla pasticceria e dolcezze assortite insomma. La bocca è, corrispondentemente, molto fresca, verticale e mobile, il sorso lascia una scia delicatamente vegetale ma la chiusura è ficcante e sapida.

Arbois Trousseau “Le Clousot” 2018 – Michel Gahier

Vino di cui abbiamo già parlato e che in questa occasione si è espresso su binari diversi, anche se non divergenti, rispetto alla bottiglia precedente. Parte molto sulfureo, ferroso, animale, poi sangue e grafite, infine il quadro si rasserena dapprima su note di mirtillo per poi tendere verso l’arancia. Insomma, naso ammaliante per gli amanti del genere. Se servito fresco di cantina, come nel nostro caso, ha una beva compulsiva, facile, eppure non banale. L’acidità guida il sorso e concorre a distendere una materia fitta anche se non possente. Il tannino fa capolino in chiusura contribuendo ad allungare la persistenza del vino.

Diego Mutarelli
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Vini e omakase da Ichikawa

Per festeggiare l’estate non c’è nulla di meglio di una cena giapponese accompagnata da grandi vini. E così una combriccola di gaudenti degustatori si è ritrovata presso il ristorante di Haruo Ichikawa a Milano.

Prima di passare ai vini merita un commento la qualità del cibo che conferma, ancora una volta, la gran classe e abilità del Maestro Ichikawa, uno degli ambasciatori dell’autentica cucina giapponese in Italia: materie prime sceltissime interpretate in maniera perfetta dallo chef, non solo sushi e sashimi, peraltro straordinari, ma anche piatti meno conosciuti qui da noi come lo splendido antipasto misto sunomono marinato all’aceto di riso e gli spaghetti freddi all'”amatriciana giapponese”. Con questi piatti perfetto l’accompagnamento con champagne e bianchi dal profilo “nordico”.

Ecco l’elenco dei vini degustati alla cieca, accompagnati dalla proposta omakase (in giapponese “avere fiducia”) dello chef.

Franciacorta Extra Brut – Lenza

Che bollicina sorprendente, buon inizio! Al naso gesso, zucchero a velo, mela golden in un quadro molto elegante, bocca di freschezza e sapidità, con perlage sottile e continuo e chiusura pulita appena amaricante. Manca forse un po’ di spinta acido/calcarea ma un metodo classico italiano senza sbavature.

Champagne Extra Brut 2012 – Nicolas Maillart

Vino di una certa ambizione a partire dai bellissimi riflessi dorati che screziano il bicchiere. Naso di agrumi amari, calcare, mela grattugiata, spezie in formazione, ossidazione controllata…Bollicina delicata ma fitta, bocca piena con acidità e materia in equilibrio. Champagne da tutto pasto.

Côtes Du Jura Chardonnay “Les Varrons” 2013 – Domaine Labet

Vino senza mezzi termini straordinario, ottenuto da vigne molto vecchie. Olfatto letteralmente pirotecnico tra note di polvere da sparo e fiori gialli, spezie e roccia, è in mutamento continuo. Anche il sorso non è da meno, intenso ma di grande dinamica e stratificazione, lo scheletro minerale ne sostiene la progressione e lo accompagna in un finale lunghissimo di mare e roccia. Vino che è riuscito a offuscare il quasi leggendario vino successivo…

Sancerre “Clos la Néore” 2010 – Vatan

Vino mitologico in annata di grazia. Lo ricordavamo, bevuto più prossimo all’uscita, come un vino poetico nei suoi dettagli aromatici delicati e nell’olfatto per cui volentieri spendere descrittori “innominabili”. Il vino in questione (o bisognerebbe dire la bottiglia?) è ancora buonissimo anche se forse meno del ricordo indelebile di chi lo bevve in occasioni precedenti. Insomma, meno poetico e più varietale, ma sempre un ottimo Sancerre. Parte sul vegetale chiaro (cetriolo, sedano), poi clorofilla e buccia di pera, sassi di torrente e una leggerissima e piacevole eco di miele. La bocca ha ottima freschezza e succosità, la beva è agile e coinvolgente. Chiude delicato ma persistente. Nel complesso il vino non appare invecchiato, ma sta sicuramente evolvendo, senza troppa fretta…

Friuli Colli Orientali Sauvignon “Ronco Pitotti” 2016 – Vignai da Duline

Vino piuttosto raro, prodotto solo in questa annata (una sola barrique) da un vecchio biotipo di sauvignon ormai scomparso. Si presenta in veste giallo dorato, l’olfatto è di grande mineralità (roccia spaccata), accompagnato poi da fiori di campo e nespola. Bocca intensa e serrata, saporita e potente, gli manca forse un po’ di mobilità e tensione per raggiugere le vette a cui l’azienda ci ha abituato, ma resta una bevuta molto buona.

Champagne Rosé Zero – Tarlant

Ottimo champagne rosé che sa di calcare e fruttini rossi (ribes), agrumi e spezie. Sboccatura piuttosto datata (2014) con la bocca che resta dritta ed essenziale, dissetante e sapida.

Saumur “Les Moulins” 2019 – Domaine Guiberteau

Vino aperto per chiudere in bellezza. Anche in questa annata piuttosto calda in Loira, il liquido si esprime benissimo a dimostrazione del manico di Guiberteau e dell’equilibrio raggiunto dalla sua vigna, allevata secondo i principi biodinamici. Questo chenin, da vigne di oltre 80 anni, ha un olfatto molto aperto di pompelmo, polline, mare, conchiglie e qualche cenno di frutta esotica. Il sorso è elettrico, guizzante grazie ad un’acidità strabordante. Il vino ha ottima dinamica e sviluppo, chiude sapido e profondo e, anche a fine serata, resta la tentazione di un secondo bicchiere…

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Gregorio Mulazzani
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Ahr, la culla del pinot nero in Germania

Non tutti sanno che la Germania si colloca al terzo posto nel mondo come ettari vitati a pinot nero. Prima di lei solo, come è ovvio, la Francia e, quindi, gli USA.

In particolare, è l’Ahr la regione di Germania più vocata al pinot noir, o meglio spätburgunder. L’Ahr è una delle zone più settentrionali della Germania, la viticoltura si sviluppa lungo l’omonima valle, lunga appena 24 kilometri, in cui scorre l’Ahr, affluente del Reno. Il pinot nero la fa da padrone e, insieme al portugieser e alla ricercata varietà precoce del pinot nero frühburgunder, copre oltre l’80% dei circa 550 ettari vitati.

Una regione dunque rossista che mi è venuta voglia di approfondire dopo il sorprendente assaggio di questo vino di Jean Stodden.

Ahr Spätburgunder 2019 – Jean Stodden

Di un colore rubino chiarissimo, il vino si dipana tra note di melograno e ribes, qualche spezia mai prevaricante (incenso e pepe verde), ma anche scorza d’arancia e roccia.

Bocca agile e saporita, si sviluppa con grande dinamica e tensione grazie ad un’acidità rinfrescante ma perfettamente integrata nel corpo del vino che, pur non essendo esile, risulta piuttosto snello.

La chiusura è su ritorni di frutta acidula (ribes), spezie e liquirizia.

Plus: spätburgunder di grande interesse per Jean Stodden, uno dei più importanti interpreti dell’Ahr. Il vino in questione, pur essendo un vino “di ingresso” della gamma aziendale, mette in luce grandi qualità del produttore quali il sapiente uso del legno e la capacità di ottenere vini scorrevoli e facili da bere che però non rinunciano all’aspirazione di proporre un grande pinot nero anche lontano dalla Borgogna.

Diego Mutarelli
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Barolo Brunate di Giuseppe Rinaldi e…i suoi fratelli

Per onorare per il meglio la riapertura dei ristoranti e, soprattutto, per soddisfare la voglia arretrata di degustazioni in compagnia, un gruppo di volonterosi degustatori si è riunito approfittando della consueta ospitalità dell’Osteria Brunello di Milano.

Di seguito una rapida carrellata degli ottimi vini bevuti con però un vino in particolare, diciamolo subito, il Barolo Brunate 2017 di Giuseppe Rinaldi, che ha letteralmente offuscato le altre bottiglie e calamitato l’attenzione dei presenti.

Ma procediamo con ordine.

le bollicine e i vini bianchi

Champagne Révolution Blanc de Blancs – Doyard

Champagne Subtile Brut Nature – Vincent Renoir

Due validi champagne hanno aperto le danze. Grande eleganza, pur su un profilo essenziale, lo champagne di Doyard, produttore di cui abbiamo già parlato anche in altra occasione. Agrumi e calcare si inseguono al naso, sorso verticale e sapido in chiusura, perlage non così fine ma senza pregiudicare la piacevolezza complessiva del vino. La bollicina di Vincent Renoir al confronto appare un po’ troppo monolitica, con frutta gialla e una nota vinosa che appesantisce la beva.

Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico “Villa Bucci” 2013 – Bucci

Sancerre Clos La Néore 2017 – Vatan

Vitovska Kamen 2017 – Zidarich

Tra i vini bianchi ottima performance della vitovska vinificata in tini di pietra del Carso di Zidarich. La macerazione sulle bucce caratterizza il vino senza però stravolgerne il varietale. Giallo dorato nel calice, sprigiona fini sentori di calcare e mare, frutta gialla e macchia mediterranea, uva passa e tocco fumé. Bocca secca e saporita, di ottima dinamica, con acidità non arrembante ma di ottima sapidità. Il verdicchio Villa Bucci ha diviso abbastanza i bevitori, a conferma – ma non ce ne sarebbe bisogno –  che la soggettività è una componente fondamentale nella valutazione del vino. Chi scrive ha trovato il vino poco mobile e piuttosto caldo, non così agile al sorso, altri ne hanno apprezzato l’impostazione austera e rigorosa. Il Sancerre di Vatan ha invece raccolto consensi piuttosto unanimi, soprattutto grazie ad un naso stratificato ed elegante che alterna pompelmo rosa e mandarino, salvia e clorofilla. Bocca non così leggera come il naso potrebbe suggerire, il calore alcolico è però ben sorretto dalla materia che in questa fase non si distende ancora del tutto ma il finale profondo suggerisce di attenderlo con fiducia ancora qualche anno…

i vini rossi: tutti nebbiolo!

Barolo 2016 – Brovia

Barolo Brunate 2017 – Giuseppe Rinaldi

Barbaresco Rabajà 2013 – Giuseppe Cortese

Gattinara Osso San Grato 2010 – Antoniolo

Barbaresco Montestefano 2010 – Serafino Rivella

Barolo Monvigliero 2010 – Fratelli Alessandria

Della serie: quando ad una degustazione alla cieca senza tema predefinito i vini rossi sono tutti a base nebbiolo…questo la dice lunga sulle preferenze dei degustatori. Dicevamo in incipit che il Barolo Brunate 2017 di Giuseppe Rinaldi l’ha fatta da padrone. Naso che si muove tra una deliziosa fragola e le rose rosse, il tutto avvolto da una mineralità scura che non offusca mai la luminosità del vino. La bocca lascia senza parole per dolcezza della trama e soavità nello sviluppo, torna la succosità della fragola che si accompagna ad un tannino fitto ma finissimo, che in filigrana al vino lo accompagna in un finale di frutta dolce e sale. Vino fuoriclasse e Barolo che, benché giovanissimo e di annata tutt’altro che semplice da interpretare, risulta sorprendentemente goloso. Gran stoffa anche per il Barolo 2016 di Brovia, leggermente più austero e “trattenuto”, meno aperto e solare, ma con un radioso futuro davanti a sé. Delizioso il Barbaresco Rabajà 2013 di Giuseppe Cortese, spontaneo e immediato ma non banale tra la fragola e le spezie, i fiori rossi e la corteccia; pur essendo in bella fase di beva potrà migliorare ancora. Osso San Grato, il Gattinara di Antoniolo, è un altro fuoriclasse che, nonostante un tappo non perfetto, si muove molto bene su un profilo però piuttosto severo. Da riassaggiare perché il tappo potrebbe averne pregiudicato la prova. Il Barbaresco di Rivella si muove tra note frutto rosso maturo, corteccia, sangue, oliva e balsamico, con un profilo quasi rodanesco. Bocca non ancora del tutto distesa con un tannino un po’ scoperto; da riassaggiare tra qualche anno. Il Monvigliero dei Fratelli Alessandria invece stecca, ha un profilo piuttosto moderno con note di cognac e vaniglia poco eleganti e beva ostica.

Diego Mutarelli
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La Calabria che non ti aspetti

Alla ricerca di qualcosa di nuovo, su suggerimento dell’enotecaro – ebbene sì, anche se ci reputiamo “esperti”, ascoltiamo i consigli dei professionisti del vino ogni tanto! – acquisto la bottiglia di questo produttore, Giuseppe Calabrese, produttore che non conoscevo e che non ho mai bevuto.

Pollino Terre di Cosenza 2013 – Giuseppe Calabrese

Il vino si è rivelato sorprendente e ottimo compagno della tavola. Ottenuto da vari appezzamenti nei pressi di Saracena (CS), per un totale di appena 4 ettari. 100% magliocco, fermenta (lieviti spontanei) e affina in acciaio, dove sosta molti mesi. Abitudine del produttore è quella di proporre al mercato bottiglie a distanza di parecchi anni dalla vendemmia.

Pollino Terre di Cosenza 2013 – Giuseppe Calabrese

Si presenta in veste rubino, integro senza cedimenti anche a distanza di 8 anni dalla vendemmia.

L’olfatto è decisamente stratificato tra note mature e ventate rinfrescanti. Parte sulla frutta matura come prugna e amarena, ecco però poi sopraggiungere la freschezza dei fiori rossi, poi ancora fichi, carruba e asfalto.

Bocca di un certo volume ma non grossa, risulta anzi scorrevole nello sviluppo, che è veicolato da un’acidità esuberante. In chiusura il tannino ancora fitto fornisce grip e sapore. Chiude di media lunghezza su ritorni di cioccolatino alla ciliegia (Boero) e liquirizia.

Plus: vino interessantissimo per riuscire a coniugare sentori maturi ad aromi più freschi, immediato e diretto senza risultare rustico. Produttore da seguire!

Diego Mutarelli
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Moulin-à-Vent Les Trois Roches 2009 – Pierre Marie Chermette

Complice l’acquisto dell’ultimo libro di Armando Castagno, interamente dedicato ad una denominazione che noi di Vinocondiviso amiamo e a cui abbiamo dedicato una serata (e un post) nel febbraio 2020, abbiamo aperto questo Moulin-à-Vent Les Trois Roches 2009 di Pierre Marie Chermette.

Premessa: ringraziamo chi con cura lo ha conservato e lo ha voluto condividere con noi.

Pare fosse stata una buona annata anche in Beaujolais, la 2009: “distesa e integra”, riporta nella sezione “Annate recenti” il libro di Castagno: effettivamente il vino è integro nel colore, un bel granato chiaro e in bocca, dove il frutto è ancora vivo e il tannino polveroso ma avvolgente. Al naso invece sente il tempo:  ha perso la vivacità e la fragranza che sicuramente aveva negli anni precedenti, a discapito di sovrastanti sentori terziari (tabacco, cenere, pepe nero).

L’abbinamento con petto d’anatra glassato, datteri freschi e asparagi appena scottati lo ha valorizzato.

Facciamo ora un passo indietro: la cantina di produzione, Domaines Chermette, a conduzione familiare, possiede vigneti nei cru Brouilly, Fleurie e Moulin-à-Vent; in quest’ultimo, da tre diverse vigne che poggiano su suoli granitici ricchi di manganese  (La Rochegrès, La Rochelle, La Roche Noire) produce Les Trois Roches, le tre rocce, appunto (dettagli sul terroir disponibili a questo link). 

Lo stile della vinificazione è classico: macerazione semicarbonica di due giorni, ulteriore macerazione di 10, 12 giorni e poi per sei mesi, una metà in botti grandi, l’altra in barrique di vari passaggi, un ulteriore affinamento di un anno in bottiglia.

Alessandra Gianelli
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L’Isola Bianco 2019 – Hibiscus

Hibiscus è l’unica azienda vitivinicola che alleva, vinifica e imbottiglia sull’isola di Ustica. L’azienda cura soli 3 ettari di vigna praticamente sul mare. Il vino di cui parliamo oggi è ottenuto da inzolia e catarratto.

Il vino si presenta in veste giallo paglierino dai bei riflessi verde-oro.

Olfatto di grande compostezza ed eleganza che si dipana tra note di agrumi, timo, pesca bianca e un tocco fumé molto intrigante che ti fa ricordare l’origine vulcanica dell’isola.

Sorso sottile e delicato, il tenore alcolico contenuto a 12,5% aiuta la beva e lascia spazio ad un’acidità sorprendente rispetto a quanto ci si può aspettare da un vino bianco di un’isola nel cuore del Mediterraneo. Progressione soave e chiusura succosa e sapida su aggraziati ritorni affumicati.

Vino di ottima bevibilità e piacevolezza, dà l’impressione di un eccesso di controllo che in parte ne frena la spontaneità a vantaggio di una gestione accurata del calore e delle morbidezze. Buono, sarà ottimo quando riuscirà a bilanciare al meglio istintività e controllo.

Diego Mutarelli
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